Alda Maria Bossi: dove è finito l’uomo?

Sotto una luce impietosa e quasi innaturale, proveniente probabilmente da un sole allo zenit o, forse, dal chiarore lattiginoso e artificiale di qualche accecante, enorme riflettore che incombe come un occhio malevolo di un dio senza pietà, le città di Alda Maria Bossi ci appaiono come relitti abbandonati di una civiltà scomparsa.

Perfette, pulite, senza ombre, e perciò stesso inquietanti, inverosimili, angosciose. Nessuna presenza umana, nessun segno di vita. La morte aleggia in quelle vie, in quelle sopraelevate, a dispetto degli abbacinanti colori. Anche i palazzi svettano come vuoti parallelepipedi, con vaghi e futili accenni di finestre.

Non può che tornare alla mente di fronte a tali immagini un romanzo visionario di Guido Morselli, intitolato “Dissipatio humani generis”, dove il protagonista si ritrova solo, unico essere sulla terra, mentre tutti gli altri sono scomparsi. Angelicati in massa, vittime di una silenziosa apocalisse, o di un esperimento letale? Le opere trasmettono un senso di solitudine dolorosa e lanciano interrogativi ai quali manca una risposta.

Treno Alda Maria Bossi

“Treno”

Anche la natura sembra aver cambiato aspetto: appare congelata, immota, trasfigurata, senza speranza, pur nella brillantezza quasi paradossale dei colori. Negli interni, questo senso di solitudine, se possibile, si accentua.

Gli oggetti di arredamento nella loro quotidianità e inutilità appaiono come reliquie di un’epoca perduta per sempre, di un mondo ormai non più antropico. Qualcosa si muove? Una tenda, un alito di vento? Non si sa. Forse anche l’aria è ferma, irrespirabile. L’ossigeno è stato consumato, bruciato. Resta un paesaggio che solo all’apparenza appare vivibile. In realtà un inferno vero e proprio, dell’uomo e della sua anima.

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