Le sculture di Florine Offergelt

Florine Offergelt ha trascorsi artistici. Dopo una vita in giro per il mondo, sui palcoscenici a fianco del marito, noto illusionista, è tornata ai suoi primi amori, all’attenzione verso la pittura ma soprattutto la scultura con la creta. Vera esperta nella tecnica ceramista, nella sua approfondita ricerca creativa ha voluto indagare il senso del mistero umano, cogliendo attraverso simbologie e trasfigurazioni delle forme, in modo speciale la sfera, la ricerca dell’equilibrio dell’esistenza. Vedasi l’opera “Il mondo nelle nostre mani”.

Purtroppo, nella mostra, saranno presenti solo pochi esempi delle numerose opere dell’Artista, già esposti in musei, lussuosi hotel, case private. Tra questi lavori, segnaliamo “Maybe I’m not perfect, but some parts of me are excellent”: la scultura di un uomo nudo, colorato in blu, ben piantato su un parallelepipedo rosso con le estremità decisamente sproporzionate ma con la testa rivolta verso l’alto. Come non cogliere nel lavoro la sottile ironia della pochezza umana, che aspira all’infinito ma è indissolubilmente legata alla terra?

Maybe I'm not Perfect

Offergelt utilizza la sua, in certi casi, corrosiva vena satirica, per realizzare i suoi busti, si veda “Uomo con lemure in testa”, come strumento deformante, liberatorio, giocoso per irridere l’umanità più presuntuosa, ricondurla alla sua vera essenza, sublimando nel caso specifico, attraverso un viso ben delineato – da apparire quasi maschera carnevalesca – che assurge a dignità provocatoria, tutte le sue ambizioni frustrate.

E la maschera è un altro importante archetipo nel mondo figurativo della Offergelt. Basti pensare a un’opera “Beyond Appearance” che mette insieme in una visione sferica – allusione che ritorna – diverse maschere, solo sbalzate o tridimensionali, che rimandano alle tragedie greche, nell’intento di rappresentare la difficoltà di scoprire e comprendere quale sia in realtà il vero volto dell’uomo, che cosa si celi dietro le apparenze e i ruoli che la nostra società ci impone di svolgere.

L’Artista ha una capacità tutta sua di trasmetterci attraverso un lavoro scultoreo attento, spesso volutamente inquieto, ma in certi casi fortemente attratto da un simbolismo di caratura quasi classica, un messaggio forte e inequivocabile di speranza e di fiducia nel futuro. Si prenda ad esempio “L’angelo del fango”, dedicato a quei giovani che il 4 novembre del 1966, durante la grande alluvione di Firenze, con grande generosità, da tutta Italia, raggiunsero il capoluogo fiorentino per salvare i libri delle biblioteche, inghiottiti dalle acque dell’Arno.

Il giovane nudo, con le ali, seduto, il pugno serrato sul libro, sembra un opera in marmo. Ma è ceramica. Eppure non solo non perde la forza drammatica di senso, anzi, è capace di trasfigurarla donandole un valore ancor più universale. Dal fango che distrugge alla creta che salva e che crea perché è proprio dalla creta, come dice l’affascinante artista di origine olandese, che Dio ha creato l’uomo.

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