Marco Donghi: emozioni alla ricerca di equilibrio

Marco Donghi è un medico oncologo che ha la passione della pittura. Ha trovato nell’astrattismo informale la dimensione della sua espressività. Si è trattato di una ricerca che è partita dal prendere congedo dal suo mondo reale, quello della sofferenza e della malattia umana, con le quali è a contatto quotidianamente, per trascendere verso livelli che oltrepassano qualsiasi significato immediatamente percepibile ma, contemporaneamente, paiono in grado di condurci entro universi culturali, idealisticamente separati dalla realtà, ma capaci egualmente di agire su di essa e di modificarla.

Ognuno di noi ha questo difetto originario. Pensa sempre guardando un’opera astratta di ricercarne, talora con dolorosa protervia, la decifrazione. Questo processo avviene sempre anche se non lo si vuole e se siamo esperti d’arte. Eppure, lo sforzo per ridurre l’indecifrabilità di un’opera o la sua ambiguità, limita la sua stessa polivalenza virtuale.

Al contrario, è proprio trascurando l’esigenza di semplificare ad ogni costo lo “sconosciuto” insito nell’opera d’arte che possiamo mettere in atto un’operazione di investimento immaginativo, che ci dà una significazione non sempre (o quasi mai) attraverso connotati coscienti, ma grazie alla liberazione, imprevedibile, di energie colme di una congerie di significati possibili.

Insomma, bisogna essere capaci di rivedere gli abituali schemi di riferimento cui siamo abituati, liberarsi dal condizionamento dei propri automatismi mentali, riconoscere, senza pregiudizi, l’alterità che ci sta di fronte. In sostanza, questo è anche il compito dell’arte: emancipare l’uomo, renderlo tollerante e libero, aperto al nuovo.

Qui sta il mistero della pittura astratta, che si può amare o contestare, ma non escludere a priori. Nei lavori di Donghi ritroviamo sparsi a piene mani simboli, segni, ricorrenze, colori, barbagli, frutto di una faticosa risalita da luoghi ignoti che forse causano (o hanno causato) all’Artista angoscia.

Riflesso Marco Donghi

La sua pittura in acrilico stesa su tela, carta, tavole di legno, con l’aiuto talora di brandelli di tessuto, è fatta di pennellate dense, corpose che offrono al fruitore la possibilità di calarsi in una specie di vortice cromatico che predilige i colori scuri, i bruni tenebrosi, con frequenti richiami ai rossi sanguigni. Sembra che sulla tela si svolga (o si sia svolta) una lotta impari tra la dimensione interiore e quella esteriore dell’Artista, una specie di dolorosa ricerca di quiete e di equilibrio tra impulsi contrastanti. La tela di Donghi in certi momenti prende vita, con i riflessi dei colori, con i suoi rilievi quasi venosi, capillari, percorsi da linee che sembrano tracciati, onde, vibrazioni.

Il percorso che ognuno può scegliere è quello di oltrepassare il senso della realtà che a primo impatto sgomenta, lasciandosi andare verso luoghi di immaginazione e meditazione, non sempre tranquillizzanti, ma comunque capaci di recuperare memorie e miraggi interiori insondabili, pensieri fatti di intimità e paure.

Ma sappiamo anche, per fortuna, che l’angoscia è contigua all’estasi, come diceva Georges Battaille, perché “noi siamo limitati dalla consapevolezza del fatto che non esistono limiti all’orrore. E tuttavia dobbiamo guardarlo in faccia.” E guardarlo in faccia certe volte ci dà la forza e il senso di andare avanti nella vita.

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