“Un gallo ad Esculapio”. Le poesie di Roberto Barbari

Non dobbiamo lasciarci ingannare dalla mimesi naturalistica che impregna i versi di Roberto Barbari. Dietro ad immagini che richiamano eventi atmosferici e naturali: vento, tempesta, inverno, fuoco, incendio, bosco, alberi, silenzio, animali si sottende un lavoro di postulazioni e riflessioni trascendentali di notevole caratura.

Già il titolo della raccolta delinea il preciso cammino che si vuole percorrere. Non possono non tornare alla mente le ultime parole di Socrate prima di morire, esemplari della sua visione del mondo ed estremamente dignitose. Barbari, però, non fa sconti a nessuno. E’ deluso dall’uomo civile che “smarrita ha ogni sete”. Vuole un destino “selvatico/ribelle e vero!/ Dove smarrire la civiltà/per ritrovare me stesso”. “Solo gli uomini semplici sanno sognare!” si lascia sfuggire in un’altra lirica.

Ma, è altrettanto consapevole che il diavolo tenta gli uomini attraverso il superamento della verità “per farne idoli:/credo religiosi”. Idoli che altrove arriva a definire “appassiti, ciechi, incapaci di camminare”. E per lui “camminare” significa tensione al miglioramento. In un altro brano, il suo verso diventa quasi un grido contro l’assuefazione alla normalità: “In un mondo sbagliato/essere sbagliato è solo/il primo passo per essere giusto”. Questo stravolgimento dei valori lo si nota con chiarezza ed efficacia in quel verso dove il poeta, con una metafora ardita quanto icastica, lamenta che “l’orsa metafisica delle certezze” uccide “fede e magia”. E qui, si sentono riecheggiare le parole di Nietzsche sulla metafisica come menzogna consolatoria.
Il suo canto, che in certi momenti, come abbiamo visto, si solleva fino a diventare invettiva, colpisce coloro che “Scrivono tavole di legge/sulle quali devono conformarsi/immortali e finiti”. “Si arrendono alle ideologie” e “predicano amore e perdòno divino/ma costruiscono colpe e peccati”. E auspica il ritorno ad adorare le stelle perché “Il cielo hanno lasciato tutto a noi:/a noi due che ci scambiamo /firmamenti stellati”.

Anche il dolore, spesso trasfigurato nell’inverno, per Barbari è un momento di crescita umana. E lo ripete in diverse circostanze: “Fra i suoi rami matura il cuore/sue le ali che fanno volare più in alto”. Il dolore che verrà “saprà guidarci per mano/in universi sempre più profondi”. E ancora: “Non ci sono predestinati al dolore./Solo cuori impavidi/ed altri angosciati.

La stella a cui Barbari guarda, allora, non può essere che Sirio, la stella del mattino, che simboleggia la rinascita. Non c’è negativismo nelle sue poesie ma volontà, desiderio di rinascita. “Ma saper cadere e trovare/il coraggio di rigenerarsi”. Come nella bella e straziante poesia intitolata “Il destino di Lazzaro” dove si dice: “Ed ogni volta a risorgere per soffrire/ed aver la possibilità di comprendere/e di essere liberi/per qualche attimo prima di morire di nuovo.

Da segnalare anche il lacerante appello a non farsi mai plasmare dal destino. “Non tradirlo/ma sii con lui una stessa cosa:/te stessa!”. Come non riconoscere anche in queste parole quelle del filosofo Nietzsche. “Accettare se stessi, come un fato, non considerarsi diversi da quello che si è. Questa è la vera sapienza.

Roberto Barbari percorre, insomma, una strada impervia dal punto di vista poetico. Perde, forse, è giusto dirlo, certi accenti più intimisti del passato, anche se non può fare a meno di analizzare i propri sentimenti, scavare e mettere a nudo le proprie ansie. Ma contemporaneamente acquista maggiore determinazione, che lo fa sentire più libero di ammonire il lettore, senza salire in cattedra, senza lanciare anatemi, ma con il distacco e la visionarietà del filosofo che non si stanca di ricercare pazientemente la sua verità in tutte le manifestazioni dell’uomo.

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