“Luce negli occhi”. Le poesie di Tina Poletti

Quando leggiamo un poeta e ci avviciniamo al suo mondo espressivo non possiamo mettere da parte le nostre idee, la nostra visione del mondo. In altri termini, possiamo interpretare i pensieri e le idee di un’altra persona soltanto se essi in qualche modo fanno riferimento al retroterra individuale dei nostri orientamenti.

E’ altrettanto vero che le opere dei poeti non si devono capire, definire, che significherebbe mettere dei limiti, dei confini, ci si deve accontentare di avvicinarle con umiltà, attenzione cercando di comprenderle, cioè appunto di cogliere quegli aspetti che condividiamo, che sollecitano una nostra reazione, che vogliamo, come dice l’etimologia della parola, prendere con noi.

Il libro “Luce negli occhi” di Tina Poletti è molto ricco di spunti e di idee. Analizzeremo le due parti del libro. La prima si intitolata “Semi di speranza”. Ma prima, una annotazione che può sembrare superficiale ma che è invece assai importante. L’autrice non firma la sua opera. C’è una sua vecchia foto seppiata in copertina (presumiamo), ma il suo nome lo si evince solo dall’etichetta (obbligatoria) della SIAE.

Già questo piccolo mistero incuriosisce. Ma questa è la caratteristica di ogni vero poeta. Fare un passo indietro di fronte alle proprie parole. Lasciare che siano esse l’unico veicolo di trasmissione visibile. La presenza dell’artista a un certo punto diventa ingombrante.

Anche l’avvertenza iniziale che mette in guardia il lettore su possibili termini desueti o incongrui che il Poeta ha inserito nel suo lavoro, conferma l’estremo rispetto riconosciuto al fruitore del testo. Umiltà, rispetto, dunque, caratteristiche importanti. Un poeta che si presenta così ha le carte in regola per essere affrontato con la massima disponibilità.

Altro aspetto da sottolineare è che poesia e prosa nel testo si danno il cambio. E’ emozionante vedere come la ragione cerca di tenere per mano l’Autrice quando si esprime in prosa, ma è pronta a lasciarla andare quando prevale l’emozione, il sentimento, e si traduce in un verso, in una frase spezzata a metà, in un ritmo circolare che oltrepassa i limiti di senso.

Il lavoro si apre con un episodio tragico, la scomparsa del padre, e la devozione della Poetessa verso il proprio genitore. A questi sentimenti, corrisponde il dolore fortissimo, a stento lenito da amiche che la aiutano ad affrontare lo strazio di quei momenti insieme al rifugio nella Fede.

Poi nel testo, si apre come una sorgente viva, il flusso della poesia. Qui ci piace centellinare alcuni versi che hanno una loro forza intrinseca particolare. Ad esempio, la ricerca continua e difficile della felicità: “il tempo è infinito/infinita fu l’attesa/fermati un istante/fammi sognare/io ti guardo/ma sul cavallo bianco/inesorabilmente/ti lasci portare via”.

La forza della Poetessa nasce dalla sua Fede, dicevamo. Per noi il suo intenso rapporto con Dio e con la religiosità che, pur essendo laici, rispettiamo, diventa anzi una chiave fondamentale per meglio interpretare il suo mondo e coglierne, come si diceva all’inizio, le affinità al nostro.

Nella poesia di Poletti c’è anche un grido muto di particolare efficacia contro il mondo di oggi che ci accomuna: “… il mondo vero non c’è più/è stato distrutto/Il benessere ha portato via/la bellezza del creato.” E un altro punto alto in cui la sua poesia diventa davvero poesia civile e quanto mai attuale: “fermate le vostre guerre ingiuste/ Siate fratelli/ La guerra divide/ Le insidie diventano veleni”. Altro verso di forte icasticità, in un’epoca che tende a costruire muri anziché distruggerli: “Il muro è l’odio del mondo”.

Ma non sempre l’uomo sceglie la pace. Nel suo racconto “Bianco Natale” una frase ferma questo concetto in modo molto chiaro: “la pace, parola breve poco pronunciata, interpretata da ogni potente a suo modo”
Ma nel mondo poetico della Poletti esiste, ed è forte, la spinta verso la speranza. Per la rosellina che timidamente cerca di fiorire: “Non cadere/E’ solo l’inizio del fiorire”. E per l’umanità intera, spesso delusa, alla quale si rivolge con un verso di visionaria potenza: “Ma verrà giorno/che una stella si presenterà/nel cielo/scaccerà i demoni della terra/ed illuminerà il firmamento/il popolo risorgerà/a nuova vita”.

Certo occorre che vi sia da parte di ognuno una volontà di interrompere i meccanismi perversi che ci attanagliano nella società di oggi. Sentite i versi della Poesia “Rialzati, scuoti il tuo cuore”: “Quel tuo modo d’essere o di voler apparire/quell’emergere a tutti i costi/Quelle ricchezze materiali che ti avvolgono/ a volte, ti stordiscono e con l’andar del tempo/ quasi sornione ti carpiscono la gioia per le piccole cose”. A cui contrappone la stupenda gioia dell’Amore.

Ma anche nella prosa si toccano livelli di lirismo molto alto. Nel pezzo “Squarcia il tuo velo” si dice: “Sempre più in alto devi volare. Non permettere che ti spezzino le ali!” E nel brano “Passato, presente, futuro” c’è un incipit davvero drammatico e coinvolgente: “La sera tutti i morti vanno per le strade del mondo in cerca di persone che temono il buio; il buio “del dolore del male”. Ma questi esseri non sono zombie di cui avere paura bensì esseri di luce, che portano la speranza. Un’immagine questa che ci fa tornare in mente una bella composizione di Dylan Thomas, quando dice “la morte non avrà dominio”.

Quando la Poletti si lascia andare ai ricordi, affiora la sua vena dolce e, quasi, mistica. Nella poesia “Ricordi” un suo verso dice. “Ritornerò alla quercia/ dove sedevi tu”. E in una composizione successiva: “Coraggio ritorna bambino/ Cammina con me/ sotto la quercia ti porterò/ Con te siederò”.

Ma il passato non deve essere un modo per impedirci di vivere il presente e il futuro. Anche se “quel futuro oramai/ è quasi sempre senza futuro”. Nella poesia “Gli specchi del silenzio” si dice: “Ti soffermi sempre più spesso/sul passato/ E’ il domani che conta/ E’ il costruire sempre”.

E, infine, un accenno alla poesia “Petali” che inizia con versi nei quali cogliamo sentimenti ed emozioni forti, dolorose, quasi soffocate ma mai taciute: “Urlerò sino a farmi male/ affonderò il mio viso/ tra le pieghe del cuscino/ di ruvido cotone/ le mie lacrime i pensieri/ desideri sofferenze/ che ogni notte come una spola avvinghi”.

***

La seconda parte del libro di Tina Poletti si intitola “Oltre le nuvole…” e conserva quella particolare alternanza di prosa e poesia che ha caratterizzato la prima parte ma vi si differenzia perché il tono della sua espressione artistica si alza, le sue parole acquistano un peso specifico particolare: quasi tutte le composizioni sono innervate da diversi, anche vigorosi, messaggi profetici, il suo canto si fa sempre più lirico e divinatorio.

Gli accenni ad aspetti personali si riducono. Cogliamo alcune immagini molto efficaci, dal gusto impressionistico, che descrivono il sentimento della malinconia, ad esempio: “… quel baule sull’onda di un tramonto lontano”.

E questa immagine la ritroviamo in un’altra descrizione, altrettanto incisiva: “Quel baule che pareva galleggiare non è affondato, aspetta di essere rimesso sull’onda e trastullato per potersi adagiare senza screziature di viscere divoratrici che penetrano e tarlano le parti umide messe a dura prova da iniquità umana.

Qui la poesia lascia il posto alla prosa ma chi direbbe che si tratta di una descrizione solo discorsiva? Nel resto dei lavori, si assiste alla traduzione di questa immagine (un baule che galleggia sulle onde) anche nella struttura formale delle sue poesie.

Mi spiego meglio. C’è un andirivieni di concetti che, come le onde appunto, sembrano sballottarci tra passato e futuro. Qualche esempio: “Andar alla ricerca di quel tempo che fu/la vita un fiore che se ne va (passato)” e “…il calore, l’abbraccio di un nuovo germoglio per te sarà (futuro)”.

Tra nostalgia, “Per quel granellino che si era formato nella tua scarpa. Quel toglierlo significa soffermarsi sul perché (passato)” e l’invito: “Calca nuovi cammini! (futuro)”.

I ricordi reali si rarefanno. Appaiono certe immagini di vita contadina rimpianta: il fornaio, il fruttivendolo, la madre, viste sempre in chiave di opposizione tra sobrietà del passato e ingordigia dell’oggi.

Ma qui prevale uno stile che si fa vieppiù declamatorio, imperioso, costruito con frasi apodittiche, quasi sempre impositive: “Operare è ordine di ogni creatura/Dividere è opera del male”. Qui l’Autrice coglie, non sappiamo se volutamente, il senso etimologico della parola diavolo.

Il suo verso, allora, diventa preghiera, prece accorata, pietosa, adorante, carica di simboli cristiani (agnello immolato), parabole, arditi sincretismi (cammino sacrificale), pronta però a trasformarsi in invettiva, denuncia, ammonimento (“Ravvedetevi! E’ tempo di ripulire il vostro cuore.”), imposizione, sempre in un’atmosfera, anche cupa, di presagi, premonizioni: “Serpi strisceranno/aquile voleranno, succhieranno il sangue l’un l’altro”.

Abbiamo la netta sensazione che in questa parte dell’opera, la Poletti metta in atto quello che gli era stato suggerito all’inizio, cioè la scrittura automatica. In queste pagine, infatti, la Poetessa perde un po’ il controllo di sé, immersa com’è in una serie di suggestioni che gli vengono dalle sue esperienze religiose, ma non solo, arriva in certi casi al delirio creativo che sfiora certe atmosfere apocalittiche tra piogge acide e ioni negativi.

Anche le parole sfuggono al controllo e assumono valenze non tanto per il significato che veicolano quanto per il suono che producono, spesso straniante. Qualche esempio: recondi, evulendo, la luce ionica del tempo, luce asteroidale, tessuto ecoidale, fenice d’erba, chincagli erosi, cosa poco assieva, lugubrità. Fino a un sintagma pseudo latino, che richiama alla memoria una famosa affermazione cartesiana: Ergum, est! Il cui senso ci sfugge.

La stessa grafica delle parole cambia. Si aggiungono corsivi, neretti, maiuscole. Quasi parole gridate in un impeto virulento, per farsi ascoltare, per farsi udire. A un certo punto si azzarda a dire. “Non fingere di vedere/non fingere di non ascoltare!

Poi, come in una musica che ritrovi per miracolo il suo alveo tranquillo, le note si fanno meno acute, meno vibranti. Bello e significativo il verso: “Se avessi le ali/librerei nel firmamento”. Il mare in subbuglio per la tempesta si placa e torna il sereno della Fede: “Dio non chiede sacrifici di sangue ma sacrifici di cuore/ la speranza per il futuro”.

Come avrete capito, il lavoro di Tina Poletti è davvero un viaggio che l’Autrice ci fa compiere tra le sue speranze, le sue paure, i suoi desideri che poi alla fine sono così simili ai nostri. Il linguaggio, al di là di certe scelte audaci, lo riconosciamo; dobbiamo solo lasciarci andare ed entrare nel suo mondo espressivo, ricco e complesso. E farlo può diventare una incredibile avventura.

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