“Della primavera”. Il libro di poesie di Giulio Buzzi

Il titolo del libro di poesie di Giulio Buzzi non tradisce il lettore. Giulio Buzzi parla proprio della primavera. Ma anche di altro. D’amore, soprattutto. Del mistero dell’amore. Di donne, ma anche di solitudine. Di ricordi, di riflessioni, anche amare, sulle tragedie del mondo, ma anche di cultura.

Cultura che trapela nei versi, in certi incipit, nei costrutti delle frasi, nell’uso di termini, talora arcaici, e si rivela pienamente in alcune liriche, nelle quali esplicitamente Buzzi si rifà ai grandi poeti del passato che ha amato e che ama: Giovanni Pascoli, Giacomo Leopardi, Giovanni Boccaccio, Dante, fino ad autori meno noti come Guittone d’Arezzo, Guido delle Colonne.

Lo dice lui stesso in una poesia con la modestia che hanno solo i grandi: “Non sono all’altezza/dei poeti sofisticati/che qui le loro per me troppo ardue/ da comprendere poesie hanno recitato…”. La stessa costruzione di questo verso che quasi si contorce su se stesso manifesta una sorta di pudore, di ritegno, che però non è soggezione. Buzzi, infatti, sa quel che vuole.

Ha un suo modus operandi caratteristico, maturato da tempo. Combina elementi tematici classici e ragioni stilistiche di provenienza anche molto diversa, mostrando una dimestichezza culturale che sa muoversi agevolmente tra parole desuete, ma sempre cariche di presentimenti poetici non certo fuori dal tempo, e la scabra rudezza, la materialità di certe espressioni, sempre necessitate, mai per il puro gusto dell’effetto.

Buzzi, insomma, vogliamo dirlo, è una persona, prima che un Poeta, autentica. E la primavera è il soggetto dominante, invasivo quasi – il titolo si ripete sempre uguale per tutte le 104 poesie realizzate, solo le ultime due esulano da questo schema. Ci chiediamo: che ruolo gioca in questa sua paziente, rigorosa e spesso faticosa ricerca, la primavera?

E’ un pretesto. Il pretesto di un’indagine strutturale che egli opera su se stesso, senza reticenze, per investigare più che sul “qui e ora”, sulla provenienza e sul destino dell’uomo, e per liberarsi delle illusioni e delle convenzioni civili o sociali. La primavera come strumento della Natura, il cui rapporto non sempre è facile e, spesso, addirittura, può diventare conflittuale.

Buzzi, in realtà, non è tenero nei confronti di se stesso. Quando si osserva e si descrive nella nudità delle sensazioni e dei sentimenti che lo animano, lo fa anzitutto traguardando nella propria immagine quella di un essere che aspira alla libertà, al piacere, più vero e autentico, alla pienezza del suo essere uomo.

Certo, c’è un approccio celebrativo nei confronti della primavera e delle sue funzionali prerogative ma il Poeta non corre il pericolo di lasciarsi andare senza controllo ai cosiddetti buoni sentimenti o si aggrappi a immagini per così dire melense. Resta sempre allertato, sempre presente a se stesso, evita con cura qualsiasi ingenuità. Non disdegna il registro dell’ironia, che talvolta assurge a vette di grande efficacia. Mostra piuttosto il risvolto vigoroso del suo carattere, la sua volontà ferrea di uomo concreto.

Eppure, in alcune liriche sono presenti anche scatti verso l’alto, verso una luce più forte, che lui stesso fatica ad immaginare. Tracce e presenze di Sacro costellano le sue poesie come pietre di inciampo di un faticoso e penoso cammino.

Un accenno al suo stile poetico è necessario, per finire. Nei suoi lavori, percepiamo e apprezziamo l’intonazione decisa, le sonorità marcate, il ritmo equilibrato che emerge in modo spontaneo e naturale, senza essere ricercato ad oltranza, strutturato attraverso una punteggiatura fitta e precisa che imprime con naturalezza la cadenza musicale dei versi.

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