Elisabetta Viviani: uno sguardo “gentile”

Osservando le opere di Elisabetta Viviani credo che sia chiaro il suo messaggio. Lei vuole in qualche modo insegnarci a vedere. Vedere il mondo che ci sta intorno, la vita che scorre nelle nostre strade, la città, la natura, senza dimenticare mai che per farlo dobbiamo compiere un atto di volontà personale.

Spesso siamo portati a confondere i due termini: vedere e guardare. Li usiamo come sinonimi. Ma sbagliamo. Chi vede compie un atto di volontà, propositivo. Guardare, invece, è un atto passivo. Noi guardiamo ogni giorno le persone che amiamo e che ci sono vicine. Ma qualche volta non le vediamo sul serio, cioè non poniamo attenzione a quello che fanno, a quello che dicono. E bisogna farlo perché altrimenti si finisce nell’indifferenza.Vedere, dunque, è compiere un atto volitivo. Gli esperti fanno rientrare questo atteggiamento nella mindfulness, cioè piena consapevolezza di ciò che stiamo facendo. E non è un comportamento tanto diffuso. Noi siamo abituati a guardare, a farci passare le immagini senza porvi attenzione, come quando guardiamo la televisione. Valanghe di immagini nelle quali ci annulliamo e che non ci fanno più alcun effetto.

Elisabetta no. Compie quel lavoro di consapevolezza che dicevo prima. I suoi quadri ne sono una splendida testimonianza. Io ho pensato di definire il suo stile “uno sguardo gentile”. Uno sguardo che riesce a far passare attraverso le sue pennellate la chiave di interpretazione più giusta per riconoscere la realtà che ci circonda, la città, le persone, per cogliere la bellezza, l’armonia di angoli nascosti, di piccoli cortili, di ambiti decorati da vasi di fiori. C’è un senso diffuso di positività, di gioia, di allegria, di stupore.

D’altra parte, un artista che non ha la capacità di vedere difficilmente riuscirà a trasmettere le emozioni che suscita l’incontro con qualcosa che ha attraversato il suo sguardo. Le cose intorno a noi non sono solo massa e materia, ma anche e, forse soprattutto luci, forme, colori. Ed emozioni.

In più, Elisabetta Viviani aggiunge la grazia ma anche la freschezza e l’immediatezza che solo un occhio attento e amorevole, gentile appunto, può cogliere. La città, ad esempio, è così come appare. Con il suo traffico, la gente che si muove, i monumenti, le facciate delle chiese, la pubblicità, tutto immerso in un’atmosfera limpida e tersa. Lo smog se c’è non si vede. Grazie agli effetti luminosi che regala alle sue opere e alle aggiunte, quasi devozionali, come florilegi, simboli colorati, animali, Milano e ogni paesaggio che dipinge, diventa in questo modo ideale, favoloso, immaginario. Forse surreale.

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Lei stessa ricorda il debito che ha nei confronti del suo maestro, Luigi Regianini, con il quale ha studiato pittura. Regianini era un surrealista. Un grande pittore che dovrebbe essere maggiormente valorizzato. Anche lui, ad esempio, ha dipinto Milano, ma la sua pittura non aveva gli stessi elementi positivi. Mostrava talora risvolti cupi e negativi, c’era sempre un equilibrio instabile tra magia e incubo, disperazione e speranza, bellezza e quello che Regianini chiamava l’assurdo del reale.

La caratteristica della Viviani, invece, è il suo ottimismo, la sua serenità: lo si riconosce nelle vedute urbane come nelle immagini dei paesaggi, e anche nei tentativi più giovanili di abbandonare il figurativo e mettersi alla prova con il messaggio surreale del Maestro, ancora assai presente nella sua elaborazione artistica e forse, chi lo sa, foriero di altri imprevedibili futuri sviluppi.

I suoi quadri, insomma, sono come finestre sempre illuminate dal sole, aperte, spalancate alla vita. Dalle quali osservare il mondo, anche nei momenti più difficili, con “uno sguardo gentile”. Il suo, appunto.

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