Roberto Barbari: “Non si potano le rose”

Più passa il tempo e più la poetica di Roberto Barbari si fa icastica, sentenziosa, conchiusa, lavorata con paziente virtuosità nello stile, restando sempre ricca di contenuti, spesso dolorosi. Inutile dire, che il suo poetare ha una modernità per certi aspetti disarmante. Oggi la “brevitas” sembra prevalere ovunque, ma nella stragrande maggioranza dei casi naufraga nella banalità assoluta del quotidiano.

Barbari, al contrario, recupera della “brevitas” il senso profondo della tradizione che affonda le sue radici fin nella Grecia classica. E questa operazione è tutt’altro che semplicistica. Per affrontare le sue poesie, dense di significati, che potremmo quasi definire epigrammatiche, occorre andare a fondo per scoprire il meccanismo semeiotico che le fa vivere.

Inutile dire che questa operazione richiede al Lettore uno sforzo di comprensione non facile. Il linguaggio, infatti, in certi momenti si fa enigmatico, una sorta di tensione metafisica promana dalle sue parole, ognuna delle quali brilla di luce propria, levigata ed essenziale, quasi sempre antiretorica.

Occorre un Lettore paziente, perché si tratta di poesie da meditare, leggere e rileggere, soppesando ogni parola. E lasciare che esse lavorino dentro di noi fino a che non sentiamo emergere la stessa angoscia esistenziale che le ha create. Un approccio razionale potrebbe scovare i sensi possibili nella varia sequenza degli enunciati, cogliere gli echi di precedenti letture, apprezzare i rimandi, le allusioni profonde, trovare la chiave giusta per smascherare l’analogia, l’accostamento paratattico. Ma perderebbe in profondità. Che solo una lettura svincolata da mere esigenze ermeneutiche può al contrario cogliere in pieno.

Proprio per questo motivo, la poesia di Barbari colpisce nel segno. Ci costringe a riflettere, ci fa pensare. Dal tema ricorrente della solitudine, vera musa, “dea gelosa che non tollera altri dèi vicino” a quello centrale del suo rapporto conflittuale con il divino “Gli dèi vendono solo deserti e desolazioni/Deserto era il paradiso/ che della cacciata dell’uomo neppure se ne accorse”. Incapaci, come siamo, attraverso il nostro logos, di comprendere il mythos fondativo che ci ha condannati per sempre.

Ma la sua poesia, come in passato, resta protesa alla ricerca della libertà. Lo conferma la lirica che dà il titolo alla silloge, Non si potano le rose o quella intitolata Buio “…e se non sai forgiare le stelle/buia sarà per te la notte”. Né mancano dolorose ammissioni sulla ineluttabilità del male: “a piedi nudi/sui campi di grano minati dall’odio” e sulla delusione per una società disumana: “Sordi e ciechi rende questa vostra civiltà e incapaci di camminare” e la nostalgia di un’era quando l’uomo era “infinito fatto carne”.

Ma la bellezza delle poesie di Barbari sta anche negli imprevedibili, stupendi esiti di certe sue immagini evocative. Penso a quel verso che da solo si staglia potente: “Di stelle indaffarate brilla la notte” e all’altro che riesce a sublimare la caducità umana con una illuminante e, al tempo stesso spiazzante affermazione: “Ci corteggia la morte: e non manca di sedurre”.

A Barbari, come suggerisce Montale (Ossi di seppia), non devi “…domandare la formula che mondi possa aprirti” ma limitarti a cogliere i frammenti del suo mondo, per capire quanto sia vicino al nostro.

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