Giulio Buzzi: “La certezza della vittoria”

Il libro di Giulio Buzzi “La certezza della vittoria” è un testo complesso, difficile da iscrivere dentro un preciso genere letterario. Si tratta, infatti, di una serie di brevi riflessioni che vanno temporalmente dal dicembre del 2016 al luglio del 2017, un diario, solo in minima parte collegate ad episodi della realtà quotidiana. Si tratta di pensieri, considerazioni che hanno un andamento in certi momenti meditativo e sapienziale e in altri decisamente polemico.

Buzzi si rivolge al Lettore con lo stratagemma del “tu retorico”, ma esponendo le sue idee non fa altro che rivolgersi a se stesso, compiere un lungo – talora doloroso – esame di coscienza, che rende il libretto una specie di trattatello filosofico-psicologico, che pesca, anche se con le dovute reticenze, dentro le proprie esperienze, diventando alla fine una palese autobiografia intellettuale.

La riflessione di Buzzi si snoda affrontando alcuni temi sui quali ritorna, con modalità diverse, più volte e che caratterizzano il suo itinerario metafisico che ha la sua autentica scaturigine nella figura di Ghandi, che per Buzzi assurge a faro, riferimento costante anche attraverso l’uso di una terminologia che riguarda la mistica orientale specifica dell’apostolo della non violenza. La cui figura emerge in modo molto forte, in una dimensione caratteristica tra mitezza e autorevolezza, decisione e tolleranza.

Nella sua attenta investigazione dell’esistente, Buzzi individua le criticità del nostro tempo, senza fare sconti a nessuno, tantomeno all’istituzione della Chiesa Cattolica quando si arrocca sui suoi dogmi. Tanto è vero che arriva a lanciare un messaggio di forza provocatoria: “pur continuando a credere e a pregare il dio dei tuoi padri devi essere capace di spogliare da ogni presunzione di verità la tua religione, il tuo dio, per essere pronto ad abbracciare la Verità”. Anche se solo nell’Aldilà sapremo che nome o nomi abbia la Verità.

Se, come nella bella poesia intitolata “La spada”: “E’ la Verità che ti fa libero da ogni legame di sangue, di clan, di popolo, di religione”, Buzzi non può fare a meno di seguire i dettami di Gandhi, il quale, è bene precisarlo, non ha mai voluto fondare un gandhismo, ma ha cercato di chiarire l’importanza e il valore della verità come principio laico sotto il quale e per il quale lottare.

Verità che è Dio, non il contrario, perché siamo tutti figli di un unico dio. La non violenza è l’unico sistema per cambiare il mondo, il disarmo unilaterale, l’unica politica possibile. Disarmo anche e soprattutto metaforico. Disarmo dalle ideologie e dalle religioni fondamentaliste. Dice Buzzi a un certo punto: “Non possiamo permetterci di essere falsi e pretendere di avere Dio dalla nostra parte”.

E in questa corrente si sono levate nel tempo molte voci autorevoli come Papa Paolo VI che diceva “Lasciate che le armi vi cadano dalle mani” o, soprattutto, Papa Francesco che recentemente ha ribadito in modo energico “l’incompatibilità tra violenza e fede”, la necessità di “fermare il commercio delle armi” per evitare che l’umanità vada incontro al “suicidio”.

Insieme alla verità, che egli definisce, alla greca, “parresia”, che significa dire il vero dimostrandolo con il proprio comportamento di vita, Gandhi, pone per ognuno la scelta, altrettanto importante, della disobbedienza civile, cioè la consapevole violazione, sempre non violenta, di una norma di legge, considerata ingiusta, affrontando le conseguenze di questa azione con animo fermo e coraggioso.

Il titolo del lavoro di Giulio Buzzi “La certezza della vittoria” può essere in qualche modo fuorviante. Buzzi, come tutti noi, non sa se la vittoria, alla fine, potrà essere ottenuta. Lui non ha la Verità in tasca, non ha la soluzione a portata di mano. D’altra parte, il punto è proprio questo: nessuno ha il monopolio della verità, nessuno sa cosa essa sia; la verità non ce l’ha nessuna religione, nessuna ideologia. Va piuttosto cercata ogni giorno con pazienza, umiltà, convinti che non potremmo mai possederla completamente. Anche se la si può riconoscere, abbracciare, amare, difendere a costo della vita…

Gandhi, sotto questo aspetto, si pone quindi in una posizione rivoluzionaria, avendo, oltretutto, pagato di persona questa coerenza. E’ un sacerdote laico di una religione laica. Perché sostiene che la verità parla con la voce della coscienza. La “nostra piccola voce” interiore che non accetta compromessi ma va sempre ascoltata, anche quando sembra che ci dia fastidio. C’è un termine, “swaraj”, che significa auto governo, controllo di se stessi e che ci impedisce di obbedire agli ordini che contrastano con la nostra morale.

Buzzi, di fronte a queste sollecitazioni, auspica una trasformazione antropologica dell’uomo, che si renda libero da una parte dalle tentazioni idealistiche che si rivelano false e vuote e dall’altra dalle tentazioni secolarizzate che non soddisfano più. Questo lo porta a ripensare ai fondamenti della religione in una chiave che, al di là di qualsiasi dogma, concretizzi il responsabile esistere dell’uomo su questa nostra terra.

La seconda parte del libro di Buzzi “Camminare sulle acque” sfrutta questa splendida immagine evangelica di Gesù che per raggiungere la barca dei discepoli, cammina sul mare e lascia che anche Pietro lo faccia, anche se dopo pochi passi, lui, intimorito, rischia di finire inghiottito dalle onde e chiede aiuto al Maestro, il quale lo rimprovera: “Uomo di poca fede, perché hai dubitato?”.

E’ facile per Buzzi rifarsi, attraverso questa parabola, alla società liquida che il grande sociologo Bauman ha più volte descritto. Il mare è la società moderna, priva di morale, una superciviltà causa di tremende mostruosità, una società satanica, come disse lo stesso Gandhi, dove si insegue il profitto e il successo e si tende alla volgarità piuttosto che alla nobiltà. Camminarvi sopra senza sprofondarvi è impresa titanica!

Buzzi, che non ha preclusioni ideologiche di sorta, cita anche Adorno, filosofo tedesco, che sostiene: “Se un concetto è verità o mera opinione viene deciso dal potere della società che denuncia come mero arbitrio tutto ciò che non concorda con il suo arbitrio”. Qui, da parte nostra, ci sembra giusto fare un’altra citazione che ci sta a cuore legata ad Antonio Gramsci che sosteneva come “la verità sia sempre rivoluzionaria”.

Ma la posizione di Buzzi, è onesto riconoscerlo, è lontana da qualsiasi atteggiamento che possiamo definire politico-sociale. E’ più specificatamente umana, esistenziale e certe sue affermazioni che si rifanno al senso della parabola che abbiamo citato prima sono davvero efficaci: “Camminiamo sulle acque ma temiamo sempre di dover finire nei gorghi perché ci deve sostenere la fede nella Verità. (…) Siamo nati dalle acque di una donna”.

Egli riconosce la sua debolezza, il suo limite. Lui sa che la Verità rende liberi dall’odio (anche se quest’ultimo fosse giustificato da gravissime offese), che occorre essere uomo del sì sì no no (come dice la Bibbia), che è necessario prima di tutto vincere la propria disonestà. Ma si rende anche conto che tutto ciò non è facile da capire e soprattutto da mettere in pratica (dallo scrivere al fare…).

Quello di Buzzi, quindi, è un libro onesto, sincero, che ha la forza di farci riflettere, di farci comprendere le nostre contraddizioni, di segnalarci una via d’uscita, senza pretendere nulla in cambio, se non la necessità di continuare, anche a costo di sacrifici, ad interrogarci, a metterci costantemente in discussione per cercare di vivere in modo autentico la nostra libertà di coscienza.

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