La scomparsa di Tonuti Spagnol, allievo di Pasolini

L’ho conosciuto quando era all’apice della carriera. Dirigente di una grande impresa di assicurazioni. Era diverso da altri manager. Non si dava arie, era una persona semplice, diretta, sorridente, alla mano. La scoperta che aveva frequentato da ragazzo l’Academiuta di Pasolini avvenne per caso. Io che amavo il Poeta che era stato assassinato qualche anno prima, fui subito invogliato a chiedergli di lui. E Antonio – Tonuti – non si fece pregare. Dopo la cena di gala nel grande albergo dove si era svolta la convention con i suoi collaboratori, lui si lasciò andare.

Capiva che in me c’era un reale interesse per l’uomo, il poeta, non la ricerca di retroscena su una figura chiacchierata. Pian piano le persone che erano al nostro tavolo ci lasciarono soli a continuare nei ricordi. E fu una serata bellissima che mi dà ancora grande emozione. Anche perché Antonio Spagnol nel descrivere quello strano maestro, per nulla autoritario, sempre disponibile, attento, pronto a parlare con tutti, coinvolgendo i suoi scolari nelle sue affascinanti lezioni, rievocava le proprie emozioni, soprattutto quando il discorso cadde sulla poesia. (So che di recente stava raccogliendo alcune memorie della sua esperienza con Pasolini. Non vedo l’ora di leggerle.)

Tonuti Spagnol è il secondo a sinistra della prima fila. Foto di Elio Ciol e Centro Studi Pier Paolo Pasolini Casarsa.

Sì, perché Tonuti era lui stesso un poeta. E Pasolini aveva pubblicamente riconosciuto le sue grandi qualità, in particolare nell’uso del dialetto friulano. Scoprire l’esistenza di un poeta in una riunione di manager, orientati per professione al profitto e al guadagno, fu per me come respirare una boccata d’aria pura. Come scoprire un fiore che sboccia in un deserto. E da allora ho cercato di non perderlo di vista, nonostante non abitassimo vicini. Ho letto e apprezzato le sue poesie e ancora conservo i suoi libri con le dediche.

La sua scomparsa mi mette tristezza, come sempre quando muore un poeta.

Il mondo non può fare a meno dei poeti.
I poeti non stanno in prima fila, stanno nelle retrovie.
Non alzano la voce, sussurrano.
Non usano armi sofisticate ma parole semplici.

Eppure sanno stupirci, sanno spiazzarci, anche se a noi non piace essere spiazzati. Lo diceva Pavese: “Amiamo stupirci come i bambini. Ma non troppo. Quando lo stupore ci imponga di uscire veramente da noi stessi, di perdere l’equilibrio per trovarne forse un altro più arrischiato. Allora, arricciamo la bocca, pestiamo i piedi, davvero torniamo bambini. Ma di questi ci manca la verginità, che è innocenza… Possediamo qualcosa e come tutti i possidenti tremiamo per questo qualcosa.”

La poesia di Tonuti Spagnol. Una nota

Per Tonuti Spagnol la tradizione poetica del dialetto friulano è un lascito, un retaggio ma, forse, qualcosa di più, una filosofia di vita che si ritrova, magari sottotraccia, anche nelle liriche in lingua. Le sue poesie sono intimamente legate alla terra, alle radici, al luogo come lingua e alla lingua come luogo d’origine.

Per chi, come me, lo ha sentito parlare, la poesia di Tonuti trovava una corrispondenza sonora anche nella sua stessa voce, per certi aspetti ruvida, grezza proprio come alcuni paesaggi friulani (con quei cieli che Pasolini definiva “pallidi, impalpabili e vastissimi”), ma con echi remoti di inflessioni dialettali che la rendevano dolce seppure sempre schiva, riservata.

Nelle poesie, persino in quelle giovanili, affiorano immagini, aspetti di rituali arcaici, ricordi, rimpianti forse, inestricabilmente legati alla civiltà contadina. C’è uno sguardo pieno di candore e di stupore che sconfina in una specie di timore reverenziale di fronte alla natura e ai suoi richiami, quasi un riconoscimento di un valore sacrale, un riferimento religioso naturale che fa da contraltare alla sua fede genuina, anche se non confessionale.

I suoi versi, tanto apprezzati da Pier Paolo Pasolini, perciò appaiono sempre intrisi di una tristezza di fondo. Come se i suoi occhi nell’osservare la vita, la natura che gli sta intorno già ne cogliessero la precarietà, la fine, l’ineluttabilità anche laddove non è ancora leggibile.

Il me destin/al cor/e non si ferma
Cul cor vueit
Come na flama sbavida

C’è una sorta di dolorosa presa di coscienza della caducità umana, nella ricerca che egli compie dentro di sé. Il suo io appare sempre come sospeso, incerto, sull’orlo di un baratro, che è sempre presente, incombente, anche se mai nominato esplicitamente.

Chì i sin nassus/Chì i sin cressus/e muars/ta ains belzà scunis
/in timps lontans/pierdus tal seil.

Nassut e muart/vuei ti sos il recuart/
dai dis passas/di altris dis/belzà tornas.

Una tristezza che è connaturata al suo atteggiamento di umiltà da un verso e dall’altro al rispetto di una sacralità della natura non del tutto compresa, forse temuta, che lo sovrasta, come un peso ancestrale che le generazioni passate gli hanno rovesciato addosso, fatto di sconfitte, mortificazioni, e che il suo sradicamento non sembra essere stato in grado di cancellare del tutto dal suo animo.

Se il dialetto è la forma della sua filosofia di vita, la tristezza ne è la sostanza, quasi come necessario bisogno di una espiazione antica, al quale non poco può aver contribuito anche il dolore mai sopito per la tragica scomparsa del suo Maestro di scuola e di vita.

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