“Armonie Verdi”: come cambia il paesaggio in pittura tra Otto e Novecento

Armonie verdi: dalla “Scapigliatura” al “Novecento”, in mostra a Palazzo Viani Dugnani, a Verbania, fino al 30 settembre. Tra le opere in esposizione, quelle di Fornara, Tozzi, Bucci, Carpi, De Pisis, Gola, Rosai, Lilloni, Tosi.

Scopo della mostra “Armonie Verdi” è quello di capire il rapporto tra uomo e natura, attraverso l’interpretazione dei paesaggi di pittori italiani, in un periodo particolare come quello che va dalla fine dell’Ottocento alla prima metà del Novecento. Sono 50 le opere in mostra, disposte secondo un percorso cronologico in tre tappe: Scapigliatura, divisionismo, naturalismo; Artisti del Novecento italiano; oltre il Novecento.

Le opere vengono dalla Fondazione Cariplo, dal Museo del Paesaggio e da collezioni private. La mostra nasce dalla collaborazione con la Fondazione Cariplo e la Fondazione Comunitaria del VCO (Verbano Cusio Ossola) che ha per obiettivo quello di diffondere i principi della filantropia, divulgando il patrimonio artistico locale, soprattutto fra i più giovani, dando risalto contemporaneamente alla filosofia del dono per migliorare la qualità della vita dei cittadini.

Tornando alla mostra, è curioso constatare – seguendo l’interessante riflessione della storica dell’arte Elena Pontiggia, che ha curato la mostra insieme a Lucia Molino, responsabile della Collezione Cariplo – come nella pittura il paesaggio abbia risentito in modo molto evidente dello spirito del tempo.

A fine Ottocento, il paesaggio attraverso gli occhi degli “Scapigliati” è visto come immerso in un’atmosfera impalpabile, eterea, leggera, irradiata dalla luce. Sembra, davvero, che gli Scapigliati dipingessero con il fiato. Prendiamo, ad esempio, l’opera di Daniele RanzoniStudio di paesaggio fluviale”, con colori chiari e pennellate brevi che danno al dipinto una vibrante luminosità quasi impressionistica e la natura è come un’apparizione magica, ancora vagamente romantica; oppure “Le gelide acque del lago di Märjelen” di Carlo Cressini, opera quasi monocroma, immersa in una luce diafana, con toni sommessi sulla scia del naturalismo lombardo.

Dalla fine dell’Ottocento alla Prima Guerra Mondiale la pittura paesaggistica trova i suoi interpreti nell’ambito lombardo, ad esempio, in Vittore Grubicy, con la sua tecnica particolare, che gli consentiva di intervenire su una prima stesura con una fitta rete di piccole pennellate di luce secondo i principi del Divisionismo, come nel “Cimitero di Ganna”. Dipinto che realizzò dopo aver seguito le esequie di Giuseppe Grandi, il famoso scultore – autore, tra l’altro, del monumento alle Cinque Giornate di Milano, nella piazza omonima: ma nel dipinto, stranamente, non compaiono le tombe e l’idea di morte resta praticamente sottotraccia. Ma, sempre in questo filone, da ricordare anche Cesare Maggi, Carlo Fornara.

La sezione ospita anche opere di Emilio Gola e Pietro Fragiacomo. Il lavoro di quest’ultimo “Armonie verdi” dà il titolo alla mostra. Si tratta di un’opera pervasa da una certa malinconia, vista la prevalenza di toni di un verde spento, mentre la pennellata col suo contenuto materico vivo, si fa ugualmente luminosa e capace di riflettere i cipressi lungo il fiume.

“Armonie verdi”, Pietro Fragiacomo, (1920)

Il paesaggio naturale non rientra certo nella filosofia dei Futuristi, che detestano la riproduzione di immagini della natura, privilegiando la civiltà industriale, la città in movimento. Boccioni era nettamente contrario a quelli che lui, sprezzantemente definiva “laghettisti e montagnisti”. E anche il movimento metafisico ignorò la natura, come oggetto pittorico. Saranno il Ritorno all’Ordine e il gruppo Novecento Italiano a riaffermare lo spirito vivo del paesaggio.

Il paesaggio, dopo la Grande Guerra, torna però a presentarsi in modo prevalentemente volumetrico, mostrando solidità, consistenza, durata. Emblematico a questo riguardo il lavoro di Mario SironiIl lago”, dove l’acqua pare pietra dura incastonata tra le montagne, immobile, senza tempo. Quest’opera fa parte del deposito di privati destinato al Museo del Paesaggio, insieme a cinque lavori di Mario Tozzi.

“Il lago”, Mario Sironi, (1926)

Per finire, le opere di Arturo Tosi, dove sembra venga recuperata la tradizione lombarda dell’Ottocento, come nell’opera “Cipresso a Zoagli”: l’autore dipinge un albero che non è certamente un cipresso. Non si tratta di un titolo dato a caso, l’artista lo scrive nel retro della tela. Ma a lui, in quel momento, la rispondenza botanica non interessava, cercava il rapporto tra i volumi e lo slancio verso l’alto della pianta rappresentata. Da segnalare anche alcuni esempi di lavori naturalistici degli Anni Trenta, nei quali il paesaggio si fa nuovamente precario, incerto: si vedano le opere di De Pisis, Lilloni, Soffici.

“Cipresso a Zoagli”, Arturo Tosi, (1927)

E’ vero, forse, in questa mostra non ci sono grandi nomi di artisti che possano fare da richiamo. Ma c’è una combinazione di proposte, di suggestioni particolari che il visitatore non si aspetta, a cominciare dalle opere di Sironi e Tosi, mai viste prima, che aiutano ad approfondire la storia di un luogo, a capire meglio come anche la natura possa cambiare, attraverso una rivisitazione creativa da parte degli artisti, sempre mutevole e condizionata, oltre che dalle poetiche individuali, dal sentimento e dal comune sentire di un’epoca.

Silvana Editoriale ha raccolto in un volume che porta il titolo della mostra i 50 capolavori presenti, 128 pagine, 50 illustrazioni, edizione in brossura, 20 €.

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