Galleria De Cardenas, fotografia alla seconda: “allusioni ottiche”

“Jamais laisser les photos trainer”: sette grandi fotografi internazionali espongono fino al 27 luglio alla Galleria De Cardenas, in via Francesco Viganò 4, ingresso libero.

Tutte le fotografie in mostra giocano in qualche modo, oltre che con lo spazio e la luce, con il tempo, con quello passato, rifondendogli vita, e con quello presente spezzettandolo, disarticolandolo o piegandolo alla realtà organica delle cose concrete.

Dal punto di vista meramente tecnico, invece, ci si chiede se le fotografie esposte lo siano sul serio. O piuttosto non siano opere ibride, difficili da categorizzare, visto che pur rifacendosi a composizioni fotografiche, esulano dai canoni più prevedibili per condurci verso zone meno battute, dove vige il principio di fondere (o con fondere) una certa idea estetica percorrendo il sentiero, per certi aspetti impervio, che sta tra il collage e l’assemblaggio. Peraltro, l’operazione riesce perché conserva una sua dignità grazie a un certo gusto creativo che permette agli Artisti di sfruttare, in chiave originale, sperimentazioni, manipolazioni tecniche, manuali, analogiche e digitali.

Linda Fregni Nagler, Untitled

Linda Fregni Nagler ha una vera passione per la fotografia d’archivio, utilizza i vetri delle antiche “lanterne magiche”, realizzate tra meta dell’Ottocento e primi del Novecento, per produrre le sue fotografie. Ne ha una ricca collezione, circa 3500 pezzi, che colora a mano, dopo averle stampate su carta positiva. In questa mostra predilige le immagini di fumi, vapori, incendi, nuvole. Da segnalare anche le fotografie di ghiacciai con gli effetti dovuti a speciali emulsioni che danno l’idea di cristalli, che si stagliano algidi, nell’aria rarefatta. Particolarmente suggestiva e tenera la riproduzione della foto del pilota che allontana dalla carlinga del suo vecchio aereo un colombo viaggiatore, quasi invidiandone la capacità di saper dominare l’aria.

Jochen Lempert, Untitled

Jochen Lempert mostra un gusto minimalista e un po’ dimesso nel suo lavoro, soprattutto nella presentazione delle fotografie, stampate manualmente, non incorniciate e attaccate direttamente alla parete. Ma capiamo ben presto che la sua è una scelta consapevole per mantenere quel senso di transitorietà, spontaneità, semplicità che rappresenta la forza interiore del suo messaggio. L’attenzione per gli animali – deliziose le due foto del colibrì sospeso in aria, per senso dell’equilibrio e dello spazio – gli derivano dai suoi studi di biologia.

John Stezaker, Profile

John Stezaker lavora sulle fotografie come su elementi di un puzzle, raffinato ed estroso, suggerendo “allusioni ottiche” improbabili e anche un po’ spiazzanti, recuperando immagini di attori che si baciano o si abbracciano ai quali sovrappone paesaggi, fiumi, rocce. Vi si riconosce il gusto, quasi ossessivo, per il recupero di frammenti iconografici, brandelli di cartoline, riviste, riprese dal “dimenticatoio” dell’umanità che riappaiono improvvisamente sotto i nostri occhi, decontestualizzate, come un assurdo “déjà vu”.

John Stezaker, The Dance

Anche nella milanese Alessandra Spranzi troviamo una certa analoga ispirazione ma il lavoro di collage o di recupero di fotografie è riservato alla vita quotidiana, agli oggetti d’uso comune, non nascondendo il suo desiderio di andare a fondo al mistero della vita, che va oltre le apparenze, come nel Cactus, dai cui contorni ritagliati emergono delle anonime e inquietanti scale.

Johan Österholm, Luminous Bud

Ancora più in là si spinge Johan Österholm, che realizza foto per impressione diretta, che nascono in laboratorio, quasi come prodotti alchemici. Di particolare efficacia, l’incredibile mela, tagliata a metà, un omaggio a Newton, nella quale lo studio della luce è particolarmente curato, anche perché nell’intenzione dell’artista c’è l’idea di riprodurre, al suo interno, il lampo di una stella che, all’epoca in cui viveva lo scienziato inglese, era già visibile.

Anche Leticia Ramos, che è esperta nella creazione di apparecchi fotografici per catturare e ricostruire il movimento, presentandolo attraverso video e installazioni, qui propone alcune immagini ricavate attraverso delle sculture in plexiglass da lei stessa prodotte che imprime su carta fotografica allo scopo di creare immagini astratte particolarmente suggestive in un gioco di luci e ombre.

E’ possibile fermare il tempo? La realtà è come ci appare o potrebbe essere in mille modi diversi? In fondo, Barbara Probst cerca di rispondere a queste domande quando con quattro macchine fotografiche simultaneamente da quattro punti diversi immortala un momento unico, della durata di una bolla di sapone nella stanza di un palazzo. O quando allo stesso modo riprende una pattinatrice sul ghiaccio da due angolature diverse ma nello stesso istante. Le scene cambiano, le prospettive mutano, noi stessi siamo diversi di fronte allo stesso avvenimento. Ci chiediamo, alla fine, quale sia la realtà vera, sempre ammesso che esista.

La fotografia è davvero un mezzo ambiguo, controverso, manipolabile. Le fotografie sono tracce del passato, memorie, miniature di una realtà perduta, ma rivelano sempre qualcosa a chi sa utilizzarle, anche rivitalizzando quel briciolo di vita anonima che in esse si è perduta. Per cui seguiamo il consiglio che dà il titolo alla mostra: “Non lasciamo incustodite le foto”, frase che si rifà al bel film di Louis Malle “Ascensore per il patibolo” dove il ritrovamento di un semplice rollino fotografico servirà a incastrare l’assassino.

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