Pasolini. Questa differenza insopportabile…

E’ uscito per le Edizioni Scripta, nell’ottobre di quest’anno, il libro “Tonuti (Antonio) Spagnol racconta Il Pasolini friulano. Ricordi di un discepolo”, € 13,00, a cura di Sergio Clarotto.

Diciamo subito che si tratta di un libro particolare. Va letto come un delicato e affettuoso tributo da parte di Tonuti Spagnol al suo maestro Pier Paolo Pasolini. Un segno di riconoscenza per aver ricevuto da un grande intellettuale come lui un’istruzione di base ricca e originale che lo ha fatto uscire da “una realtà vacua e servile” e ha favorito la sua crescita umana e culturale, consentendogli di affrontare con successo la vita.

Ma questo libro non vuole essere solo un ringraziamento da parte di Tonuti. Rappresenta il suo desiderio di condividere con il grande Poeta i tempi passati, i dolci ricordi della giovinezza, le usanze di un popolo semplice ma felice, nonostante la durezza della vita e del lavoro dei campi, rievocando l’immagine di un Friuli che diventa un’Arcadia, incorrotta dalla civiltà, più sognata che reale.

E’ grazie a Sergio Clarotto che è stato possibile pubblicare questo libro, visto che Tonuti è mancato prima che potesse concluderlo. Ma non dobbiamo aspettarci – è bene dirlo subito – chissà quali rivelazioni su Pasolini.

Il fascino del dialetto

Forse, prima ancora che con gli stessi abitanti di Versutta e con la natura idilliaca di quella terra, Pasolini restò colpito dal suono melodioso del dialetto friulano che essi usavano. Questa scoperta stimolò in lui quell’interesse verso una lingua quasi primigenia, non ancora contaminata né dal consumismo né dall’elaborazione letteraria, ricca di arcaicità profonde, che andava difesa, cercando di salvaguardare l’identità culturale dei suoi parlanti.

Pasolini, ancora giovane e legato a certi stilemi, se non crepuscolari, aulici e un po’ manieristi, era alla ricerca di una lingua viva, un dialetto che permettesse il libero dispiegarsi di un melos popolare capace di descrivere senza retorica la vita semplice a contatto con una natura che si carica di valori trascendenti e diventa quasi sogno di un Eden di felicità e di fervore poetico e intellettuale. Quindi, non tanto un dialetto “carapace”, cioè scudo difensivo, come è stato descritto da alcuni critici, ma dialetto come massimo livello di espressività possibile.

Ero tolemaico (essendo un ragazzo)
E contavo l’eternità, per l’appunto, in secoli
Consideravo la terra il centro del mondo;
la poesia il centro della terra.

Scriverà Pasolini, anni più tardi, ricordando quei momenti in “Trasumanar e organizzar”, 1971, Libro primo.

Pasolini giovane maestro

E in questa prospettiva, quel ragazzetto sparuto di nome Tonuti, all’epoca quattordicenne, che pendeva dalle sue labbra, ammirandone la sconfinata cultura, divenne uno dei suoi più assidui discepoli, ascoltando i suoi consigli e cominciando a comporre in versi, in lingua friulana, con una vena delicata e autentica, affascinato dal mistero della natura che lo circondava.

In questo libro, Spagnol descrive un Pasolini, ragazzo semplice, accanto alla madre che sembrava sua sorella, mentre arriva a Versutta, portandosi dietro una carriola piena di libri. Un ragazzo a cui piaceva giocare a calcio, suonare, dipingere e recitare. E, come la madre, amava insegnare ai giovani. E lo faceva gratuitamente, unendo il gioco allo studio. Inventando storie teatrali, spettacoli di musica, ecc.

La scuola dove insegnava era un deposito di attrezzi del nonno di Tonuti, che divenne poi sede dell’Academiuta di Lengua Furlana e, in seguito, durante la Resistenza, sede di reclutamento di volontari e nascondiglio per le armi.

Le idee di Pier Paolo

Da Tonuti, veniamo a sapere che Pier Paolo, nonostante la contrarietà al fascismo, non accettava la lotta armata, pur condividendo i principi della Resistenza. Anche se si definiva comunista e seguiva gli avvenimenti in Unione Sovietica, non parlava mai di Stalin. A suo modo era cristiano anche se non gli piacevano i preti che stavano dalla parte dei padroni.

Certo, riconosceva la necessità che le classi più povere avrebbero dovuto lottare per una reale crescita socio-economica, ma soprattutto avrebbero dovuto farlo attraverso una adeguata istruzione. In un certo senso, era affascinato dall’”estremismo” dei Vangeli, come suggerisce Filippo La Porta, soprattutto quando Cristo invita chi lo ama a rinnegare se stesso.

E poi l’amore, il grande amore, per la madre. Un giorno, Pier Paolo gli confidò: «Chi fa il mondo è la donna e mia madre è il modello perfetto». Forse per questo motivo, desume Tonuti, non si lasciò conquistare da nessun’altra donna. E sulla sua ambiguità sessuale ritiene che, nonostante l’episodio di Santa Sabina, a Versutta non si fosse ancora palesata. Ma questo è argomento che ci interessa meno.

Lamento di foglie: una poesia inedita di Pasolini

Oggi sentiamo la mancanza di intellettuali come lo fu Pasolini. Un intellettuale (sulla tessera dell’Alleanza Giovanile del PCI, consegnatagli dopo l’iscrizione, c’era proprio scritto, come professione, “inteletuale”) che sapeva cercare la verità al di sopra e al di fuori di partiti e di ideologie. E riusciva ad arrivarci molto prima e molto meglio di politici o sociologi. In lui è da apprezzare il legame, la perfetta fusione tra biografia e pensiero, tra vita e poesia, portati avanti con coraggio e sfrontatezza, a costo di qualsiasi rischio.

Tonuti, che conoscevo personalmente, mi aveva regalato alcune poesie inedite di Pasolini scritte a Versutta e trovate a ricalco su una vecchia macchina per scrivere. Sono probabilmente delle prove, degli abbozzi che il Poeta aveva raccolto sotto il nome di “Le cose” con un esergo di Blaise Pascal abbastanza significativo «Toutes choses sont sorties du néant et portées jusq’à l’infini».

Uno di questi lavori, Pasolini lo intitola proprio «Abbozzo per un ‘Lamento di foglie’». Lo riporto qui di seguito.

ABBOZZO PER UN “LAMENTO DI FOGLIE”

Verdi veniamo all’aperto:
dentro, nel chiuso, fummo incolori.
Incolori, invisibili, inaudite,
del tutto imprevedibili.

Ora, ecco un limite: il verde
e mille limiti la forma,
la misura, la leggerezza.
Ahi, vento, non muoverci!

Luce, non colorirci:
il minimo fatto
ci fa ricordare l’immenso
miracolo di essere verdi.

Ma perché questo peso immenso,
questa differenza insopportabile
se fu così facile
non essere più nel nulla?

E basta che ci guardiamo
intorno perché si calmi
l’urlo. Turchino è il cielo,
candide le nuvole.

Ma poi, ripensando a noi,
l’urlo ricomincia diverso:
E’ questo il nostro posto?
E’ qui che dobbiamo morire?

ABBIAMO COLMATO UN VUOTO?
IL NOSTRO CORPO ERA L’UNICO?
PERCHÉ CI ACCORGIAMO DI NOI?
E PERCHÉ SIAMO SOLI?

La campagna è un orrido deserto
soavemente illuminato,
un vento sospetto e impassibile
ci muove confidente.

(Il maiuscolo della penultima strofa era nell’originale)

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