Fondazione Ragghianti: l’artista torna bambino

Carlo Ludovico Ragghianti è stato uno dei più importanti studiosi italiani d’arte che, nella sua attività, tra l’altro, si occupò del legame tra disegno infantile, arte medioevale e produzione artistica nei primi tre decenni del Novecento.

Aveva scritto un saggio importante “Bologna Cruciale 1914” nel quale aveva riflettuto su questo tema, anche se riteneva ci fosse ancora molto da approfondire.

Ora la Fondazione Centro Studi che porta il suo nome ha realizzato una mostra presso il complesso monumentale di San Micheletto a Lucca intitolata “L’artista bambino. Infanzia e primitivismi nell’arte italiana del primo novecento” che resterà aperta fino al 2 giugno prossimo.

L’evento, curato da Nadia Marchioni, grazie al supporto della Cassa di Risparmio di Lucca e il patrocinio della Regione Toscana, della provincia e del comune di Lucca, ha lo scopo di segnalare una serie di opere di artisti che si rifacevano a questo stile di derivazione infantile e medioevale, come Alberto Magri, Ottone Rosai, Carlo Carrà, Alberto Salietti e numerosi altri.

Come ritrovare la verginità perduta, dopo il fenomeno travolgente dell’avanguardia futurista che sembrava aver rimesso ogni cosa in discussione? L’idea che prevale nei primi tre decenni del Novecento è quella di ispirarsi all’arte popolare, infantile e medievale.

Alberto Magri, La vendemmia,1912

Un ritorno al passato che era iniziato già nell’Ottocento, basti pensare a Courbet che si richiamava alla purezza dello sguardo infantile per creare un antidoto contro una certa arte accademica.

Oppure ad Adriano Cecioni che alla fine dell’Ottocento parlava della “energia ferina del fanciullo” e della sua libertà rispetto all’adulto troppo legato alle convenzioni sociali.

Alberto Magri, Il bucato, 1913

O del libro del 1887 “L’arte dei bambini” di Corrado Ricci che fu uno dei primi studi sul disegno infantile, nel quale l’Autore sosteneva che i bambini descrivono l’uomo e le cose invece di renderle artisticamente.

Idee queste che diedero spazio a interventi critici più approfonditi come quelli di Ardengo Soffici e dello stesso Carlo Carrà che sosteneva non fosse necessario andare in Africa per trovare “forme pure nello spazio” ma che bastasse osservare i disegni dei bambini o quelli, fatti per diletto, da persone comuni. Il richiamo all’arte naif qui è più che esplicito.

Carlo Carrà, La casa dell’amore, 1922

Sei sezioni caratterizzano la mostra, partendo da Adriano Cecioni e l’esigenza di semplificazione formale, per arrivare a Corrado Ricci, Vittorio Matteo Corcos e Giacomo Balla con la sua opera “Fallimento”, che, come racconta Gino Severini, suo allievo, è “la parte inferiore della porta di una bottega chiusa per fallimento. Quelle imposte non più aperte, abbandonate, sporche, coperte di pupazzi e di geroglifici fatti col gesso dai ragazzi…”.

La terza sezione riguarda il rapporto tra disegno infantile e medioevo, con Alberto Magri e il cenacolo tosco-apuano. Nella quarta sezione sono esposte le opere eseguite durante la grande Guerra che subiscono l’influsso di una certa pubblicistica, anche di propaganda, che alimentava un certo stile fanciullesco.

Renato Birolli, Tassì rosso, 1932

La quinta sezione riporta opere e idee di Soffici e Carrà mentre la sesta presenta altri esempi di primitivismo infantile negli anni Venti e Trenta con artisti come Birolli e Breveglieri.

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