Valter Curzi. Le opere d’arte: coniugare la conoscenza con l’emozione

Valter Curzi, professore ordinario di Storia dell’Arte moderna alla Sapienza di Roma, dove dirige la Scuola di Specializzazione in Beni Storico Artistici, ha presentato il suo libro “Storie dell’arte per quasi principianti”, edito da Skira, presso la Sede del FAI a Milano.

Un libro interessante e soprattutto piacevole da leggere e avvincente come un racconto con emozionanti e imprevedibili retroscena che l’Autore, grazie ad alcuni strumenti disciplinari e opportune riflessioni metodologiche, aiuta a scoprire.

Il lavoro è strutturato in cinque capitoli che affrontano tematicamente la Storia dell’Arte tra Quattrocento e Settecento, seguendo alcuni temi principali come: contesto, “etichette” storico-artistiche, soggetto, stile, eredità artistiche. E una piccola appendice sull’arte contemporanea.

A questo proposito, la copertina riproduce l’opera di Fabio Viale “Souvenir Pietà” (Madre), 2018 Venezia, che, tra l’altro, ha suscitato diverse reazioni da parte del pubblico anche per le performance che l’ha vista protagonista.

L’opera d’arte come esperienza ri-creativa

Che cosa significa per Valter Curzi, autore di “Storie dell’arte per quasi principianti”, osservare un’opera d’arte? Significa anzitutto essere coscienti che ci si sta mettendo in confronto con un oggetto unico, che si sta vivendo un momento irripetibile e che, in qualche modo, si sta compiendo un rito. Occorre perciò essere pronti a emozionarsi, a commuoversi, consci che questa esperienza potrà avere un valore per la nostra esistenza.

Ma questo rito, come tutti i riti, non può rimanere soltanto individuale, ha bisogno di essere condiviso, deve in un certo senso trovare una comunità disposta a parteciparvi. Visitare un museo con altre persone, amici, parenti, può essere un’esperienza importante perché porta a procedere con lentezza per ammirare le opere d’arte esposte, invita a scambiarsi opinioni, a confrontare sensazioni, condividere idee, a esprimere pareri.

Naturalmente questo non basta. Occorre che qualcuno sia disposto ad offrire a queste persone degli elementi utili di conoscenza delle opere d’arte che stanno ammirando e del loro contesto. Compito che spetta agli storici dell’arte, a condizione che smettano il loro ruolo di professori universitari, scendano dai piedistalli, escano dalle loro torri d’avorio, si liberino del loro linguaggio specialistico e parlino finalmente alla gente in modo comprensibile.

E’ possibile rivolgersi alla gente, facendosi capire in modo chiaro e sintetico, cioè, in altri termini, svolgere una funzione divulgativa senza cadere nella banalità, nell’aneddotica? Valter Curzi risponde positivamente: la gente ama sentirsi raccontare delle storie, a patto che si sappia condurre chi ci ascolta dentro una narrazione che abbia una trama coinvolgente, che sia espressa in maniera piacevole, che susciti emozioni ma, soprattutto, che non perda mai di vista l’aspetto disciplinare e professionale. Perché si sta pur sempre parlando di storia dell’arte.

Compito, quindi, tutt’altro che facile ma che Curzi, anche a rischio personale, svolge in modo egregio. Il suo libro si legge con facilità, è costruito in modo da svelare come in una specie di avvincente thriller i risvolti nascosti di certe opere d’arte, compresi gli errori di interpretazione che possono capitare a coloro che non tengono conto in modo corretto del contesto nell’analizzarle e, quindi, finiscono per travisarne, anche in modo clamoroso, il reale significato.

Un’opera d’arte da “leggere” con attenzione

Guardiamo, ad esempio, il quadro del 1475 ca., attribuito a Botticelli, ma probabilmente di Filippino Lippi, che si intitola La derelitta. Il titolo ci suggerirebbe che si tratta di una donna disperata che piange, probabilmente cacciata di casa, davanti alla porta di un palazzo. Ma non è così. Si tratta di una grossolana manipolazione.

Filippino Lippi (Botticelli), La derelitta ovvero la Disperazione di Mardocheo

In realtà, nel quadro chi viene rappresentato è un uomo. A guardare bene, si riconosce che quelli che sembrano capelli, è invece una fluente barba nera. Si tratta del giudeo Mardocheo, cugino di Ester, che piange di fronte all’ingresso del palazzo reale di Susa, temendo quello che potrà accadere al popolo ebraico.

Non è difficile smascherare l’equivoco se si analizza con attenzione il contesto. Nel Quattrocento risulterebbe inconcepibile un quadro che voglia mostrare la disperazione di una donna. L’aspetto psicologico in un’opera d’arte non aveva ancora senso all’epoca. Comincerà a manifestarsi anni più tardi a cominciare dai lavori di Vermeer.

Si tratta perciò di una incredibile forzatura. L’opera, che appartiene a una collezione privata, ebbe questo titolo nell’Ottocento, epoca in cui nell’immaginario collettivo prevalevano figure femminili come, ad esempio, Emma Bovary e Anna Karenina, eroine che, pur nella diversità delle vicende, vivono un finale tragico e potevano, surrettiziamente, essere paragonate alla figura, un po’ ambigua, dipinta nell’opera quattrocentesca.

Iconografia e iconologia: cosa c’è dietro questi due termini tecnici?

Da questo esempio, capiamo che non basta osservare un soggetto artistico per comprenderlo. Se vogliamo cercare di interpretare, di decifrare sul serio un’opera d’arte, bisogna fare un lavoro più lungo e complesso, usando due strumenti, che gli storici dell’arte chiamano iconografia e iconologia.

Non lasciamoci intimorire dai termini difficili. L’iconografia è la descrizione e la classificazione delle immagini, dei dettagli che rappresentano il soggetto. Ad esempio, per un fedele del Quattrocento, un uomo barbuto con il Vangelo e la spada in mano era facilmente identificabile in San Paolo, mentre se in mano aveva una chiave, simbolo della Chiesa, non poteva che essere San Pietro. Naturalmente, lo stile e il modo di interpretare il tema ci farà capire l’epoca precisa in cui è stato realizzato.

L’iconologia richiede un lavoro diverso, perché occorre scoprire il significato culturale e allegorico del soggetto in relazione all’epoca in cui è realizzato, a chi lo ha realizzato e alle sue finalità. Ad esempio, Il Trionfo della Divina Sapienza, il grande affresco che adorna le Sale di Palazzo Barberini, è un’opera che ha un significato di promozione del potere di quella grande famiglia, con i simboli che la contraddistinguevano portati in trionfo e l’evidente allusione astrologica all’elezione di un loro componente al soglio pontificio, come Urbano VIII.

Andrea Sacchi, Allegoria della divina Sapienza

Capire un’opera d’arte non è facile, significa saper discernere gli elementi che la compongono, tutti costituiti da storie, da tradizioni, da vicende umane, spesso complesse, ma anche da significati legati all’epoca in cui sono state realizzate, e che contemplano intenti comunicativi, rapporti personali, con il potere, con la politica, ecc.

Dice Benjamin: “E’ solo quando si riconosce vita a tutto ciò di cui si dà storia e che non è solo lo scenario di essa, che si rende giustizia al concetto di vita. Poiché è in base alla storia e non alla natura, per tacere di una natura così incerta come il sentire o l’anima, che va determinato, in ultima istanza, l’ambito della vita”.

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