Van Gogh e l’arte giapponese. Un docu-film da vedere

Nexo Digital, dopo il successo di “Caravaggio. L’anima e il sangue”, ha realizzato un altro duco-film di grande interesse, intitolato “Van Gogh e il Giappone”, che sarà nelle sale il 16, 17 e 18 settembre. Sembra davvero che l’arte al cinema sia ormai stata sdoganata e raccolga sempre maggiori consensi.

Meglio una sala di cinema che una sala di museo? Non è tanto questo il punto, anche se starsene comodamente seduti a seguire le immagini che ci passano davanti anziché camminare per le stanze di un museo seguendo una guida o in modo random è molto meno stancante.

Il problema è che, nonostante la bellezza di certe immagini fotografiche, si rischi di perdere il piacere e il gusto di ammirare dal “vivo” un’opera d’arte, rinunciando a vivere in prima persona l’esperienza di percorrere un certo spazio architettonico e osservare ogni dettaglio di un dipinto o di una scultura da angolature diverse, cogliendo impressioni e stimoli del tutto personali.

Insomma, l’arte non è solo contenuto, idea, emozione astratta, è anche materia e non bisogna sottovalutare mai questo aspetto. Se i docu-film su grandi artisti, opere d’arte e movimenti sono affascinanti e ben fatti dovrebbero anche stimolare lo spettatore a recarsi al museo per apprezzare dal vero quello di cui ha visto e sentito parlare. Questo sarebbe un vero successo!

Tornando al film “Van Gogh e il Giappone” non possiamo che apprezzare lo sforzo del regista David Bickerstaff, la cui idea ha origine dalla mostra tenuta nel 2018 al Van Gogh Museum di Amsterdam, che tratta proprio del rapporto tra Van Gogh e il giapponismo.

Un rapporto particolare e complesso. Van Gogh non era mai stato in Giappone e non era nemmeno sua intenzione andarci. Lui si avvicina al giapponismo perché è alla spasmodica ricerca di un modo nuovo di vedere il mondo. La società in cui vive è in declino e non lo soddisfa più. Vuole idee nuove, un’ispirazione diversa per esprimere la sua arte.

E scoprendo le stampe giapponesi – ne comprerà 660 a prezzi ridotti sperando invano di specularci sopra – ritiene di aver trovato quello che cercava: ordine, semplicità, un certo primitivismo culturale, colori piatti, alti orizzonti, prospettive a volo d’uccello, contorni netti, posture inusuali dei soggetti. Tutti questi aspetti influenzeranno pesantemente il suo stile fino alla scelta di lasciare Parigi e recarsi ad Arles, in Provenza, luogo che gli ricorda il suo idealizzato Giappone per la vividezza dei colori della natura.

Nel film, si cerca di far capire questa sua passione e quanto essa abbia influenzato le sue opere. Sullo schermo passano, tra l’altro, lavori come il “Ritratto di père Tanguy” (1887), la “Mousmé”, il “Bonzo” (autoritratto dedicato a Gauguin), lo “Zuavo”, debitori indubbiamente di quella nuova visione orientaleggiante.

Utile e stimolante anche la ricostruzione storica del passaggio, spesso traumatico, dal periodo storico giapponese dell’Edo, durato oltre duecentosessant’anni, con la netta chiusura all’Occidente e alle sue idee, fino all’apertura al mondo, grazie anche al contributo del Commodoro Perry. Interessante anche la descrizione del significato e del valore delle stampe relative al genere ukiyo-e (immagini dal mondo fluttuante), frutto del lavoro di quattro importanti figure professionali: l’editore, l’artista, l’incisore e lo stampatore. E che trova nell’artista Hokusai uno dei maggiori interpreti (ricordate “La grande onda”).

Un film da vedere, augurandoci che stimoli qualche visita in più ai musei.

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