Lydia Lorenzi, la fascinazione dell’armonia

Cogliere da subito le caratteristiche che individuano un artista, nel momento stesso in cui ci poniamo con spirito aperto di fronte alle sue opere non è semplice. Per alcuni artisti, l’operazione non riesce con la necessaria immediatezza e richiede analisi in momenti successivi, indagini approfondite e confronti ripetuti: tutto per poter estrapolare elementi distintivi unici e originali.

Per altri, e tra questi mettiamo senza dubbio Lydia Lorenzi, è invece decisamente più agevole venire a capo di quel mix sotterraneo di elementi che appartiene a lei, a lei soltanto, e ne viene a costituire il suo stile inconfondibile, non invasivo ma ben determinato. Segno di una personalità forte e individuabile.

Forme mutevoli, 2017

Ciò, però, non significa che poi sia così immediato entrare all’interno delle sue realizzazioni e analizzare la filosofia creativa che muove la sua ricerca, dal momento che un esame più attento porta a scoprire che essa è composta da diverse sollecitazioni e si muove su vari fronti, nascondendo contenuti ben più complessi di quanto non possano apparire a prima vista.

Quello che possiamo dire è che il suo è un lavoro attento di composizione e scomposizione di emozioni, in grado di catturare i diversi impulsi sensoriali, immagini, suoni, atmosfere, che il suo subconscio rielabora e sa poi esprimere dando loro una forma bi o tridimensionale che, una volta espressa, rende possibile il miracolo della condivisione con chi li osserva.

Blu contrabbasso, 2003

La natura è la sua ispiratrice. Il cielo, il sole, gli alberi, spesso trasfigurati, i cactus. Che si tratti di una notte stellata, di uno splendido tramonto visto dall’alto, o persino di un suono che scaturisce da uno strumento, Lydia Lorenzi, figlia di un organista e sensibilissima ai climax che sa elargire la musica, traduce questi momenti magici, carichi di echi che si ispirano all’eterno, in qualcosa di accessibile e apprezzabile a tutti.

Perché le opere di Lydia Lorenzi sanno coinvolgerci in questo modo?

Per rispondere alla domanda possiamo partire da una semplice considerazione estetica: per l’eleganza, per l’armonia rispetto alle forze in gioco, per la capacità di conciliazione degli opposti, per il gusto personale, per l’innata raffinatezza e grazia, che sono un portato della sua attenzione ad evitare eccessi, a controllare sempre con mano ferma il suo equilibrio creativo.

Ma questo non basta, naturalmente. Non possiamo dimenticare quanto peso abbiano nella sua attività creativa i colori. E’ vero quello che sosteneva Vasily Kandinsky che il colore è un potere che influenza direttamente l’anima. I suoi rossi, i suoi blu, certi suoi neri, il suo oro sono davvero frutto delle sue scelte più profonde. La Lorenzi, ad esempio, usa la foglia d’oro, ispirandosi a Klimt, che diceva che questo colore trasfigura la realtà e fissa l’immagine in trascendenza.

Spazio-Tempo, 1998

Oro che – non bisogna dimenticarlo – ha affascinato anche artisti più recenti come Rotko, che l’ha utilizzato addirittura per esprimere un’estasi mistica, o Lucio Fontana che lo considerava un “non colore”, ma sintesi di luce e spazio, vera astrazione antinaturalistica, non solo esaltazione di un ornamento, come certi mosaici bizantini, ma espediente unico per racchiudere, per catturare la luce stessa.

E in un modo o nell’altro gli echi degli artisti che abbiamo citato compaiono nei lavori della Lorenzi, anche se non si tratta di veri e propri debiti di ispirazione perché la sua autonoma rielaborazione la porta decisamente oltre.

Qualche esempio. In “Afternoon” del 1991, basta l’ombra di una balaustra Art Déco, vista in un tardo pomeriggio a Genova, per spingerla a fermare sulla tela l’immagine, attribuendole un senso di spazialità e profondità, che fa leva sul recupero di una prospettiva che supera e “forza” certi canoni tradizionali.

UMa Ursa Maior, 2007

Da segnalare, nell’artista bergamasca, l’agilità con la quale bypassa le tradizionali divisioni dei generi. Il limes tra pittura e scultura si fa sempre più evanescente, l’uso dei materiali diventa disinvolto: tela, ardesia, plexiglass, madrepore, quarzi, led luminosi, come nelle galassie e nebulose (vedasi “U-Ma”, 2007), concetti spaziali nei quali recupera in modo ardito il valore del moto.

Vibrazioni 1, 2002

Oppure “Vibrazioni 1” del 2002 nel quale uno strato di colore informe, quasi un monocromo, è interrotto da forme irregolari che fluttuano nello spazio. E il “Blu contrabbasso” (2003), dove si arriva a percepire il timbro grave di questo cordofono che grazie al suo basso armonico funge da amalgama per tutta l’orchestra.

Serenata lusitana, 2003

In “Serenata lusitana” (2003) le corde di una chitarra tagliano trasversalmente un nero “silenzioso” ma pronto ad accogliere le note che vibrano, anche in delicati barbagli d’oro, delineando il profilo dello strumento. Senza tralasciare le “Ritmiche trasparenze nello spazio” (2012), disegnate dal violino in plexiglass azzurro che si apre come un fiore, superando i limiti del piano.

Negli ultimi anni, la ricerca della Lorenzi sembra sganciarsi dai canoni che si era data in precedenza e la semplificazione delle forme si affina ulteriormente, diventando ricerca di altri orizzonti, che la porta verso ambiti più rarefatti, come “Forme mutevoli” 2017, fino ad approdare di nuovo a uno spettacolare rosso tramonto e oro che dardeggia nel suo splendore. E’ il “Sunset” del 2018.

Sunset, 2018

Ma la sua ricerca, come abbiamo accennato all’inizio, non procede in modo orizzontale, seguendo un percorso che nell’avanzare si sbarazza del passato. Al contrario. Potremmo dire che la sua creatività ha un andamento circolare. Davvero, nell’opera della Lorenzi, nulla si crea, nulla si distrugge, ma tutto si trasforma e stimoli, che appaiono lontani nel tempo, possono riemergere, rielaborati e tonificati, in un continuo e intrigante circolo virtuoso di espressività, che rappresenta il vero fascino dell’artista.

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