Bruegel e la commedia umana

Pieter Bruegel, il Vecchio (1525-30/1569), è il capostipite di una dinastia di pittori, chiamati primitivi fiamminghi, che anche chi non frequenta assiduamente l’arte conosce bene. Basta l’immagine della celeberrima Torre di Babele!

Pittori entrati nell’immaginario collettivo per la forza espressiva, l’originalità dei temi e quell’alone di mistero che spesso avvicina lo stesso Pieter Bruegel a un altro grande olandese, vissuto una cinquantina d’anni prima, cioè Hieronymus Bosch, che possedeva una matrice ancora più visionaria e apocalittica.

Le opere di Pieter Bruegel sono così ricche di dettagli che visitandole nei musei (peraltro, in Italia non ve ne sono molte), occorrerebbe soffermarsi su ognuna di esse per delle ore. E questo non sempre è possibile. Ecco perché – anche se siamo convinti che un’opera d’arte vada vista dal vero – in questo specifico caso diventa importante avvalersi di un libro, che ci permetta di soffermarci sui particolari dei suoi soggetti, dai paesaggi alle scene contadine, con un’operazione che isola in primo piano anche i particolari più minuti che altrimenti sfuggirebbero nella visione d’insieme.

Skira lo ha fatto. Ha pubblicato un bellissimo volume, di grandi dimensioni (24×32,5), di alta qualità fotografica, intitolato “Nel segno di Bruegel” – a cura di Manfred Sellink, direttore del polo museale di Bruges, grande esperto della materia – che svolge proprio questa funzione: riproduce le opere più famose di Bruegel, tra dipinti, disegni, stampe, miniature, e le analizza da vicino, come attraverso una lente di ingrandimento, per scoprirne tutti i significati, i simbolismi, più o meno reconditi, e cogliere il sottile umorismo e la grande umanità della sua raffinata tecnica pittorica.

Rinascimento italiano e Rinascimento fiammingo

Sappiamo che Bruegel fece un viaggio in Italia, ma, a quanto sembra, più che dalle opere d’arte, che stavano fiorendo nel Rinascimento italiano, fu colpito dal paesaggio, decisamente più “mosso” di quello belga, e che divenne lo sfondo ideale dei suoi lavori, con un effetto profondità ottenuto in modo molto differente da quello della prospettiva geometrica alla Piero della Francesca, ma attraverso una gradazione cromatica che sfuma come tonalità man mano che ci si avvicina all’orizzonte.

Un’altra annotazione è opportuna a questo punto. Mentre in Italia fioriva, come abbiamo visto, un Rinascimento che metteva al centro la figura umana, dava priorità alla bellezza e all’armonia del corpo intesa come virtù, nel Rinascimento fiammingo, la natura diventa il dominus dell’universo e l’umanità veniva osservata nella sua piccolezza (gli uomini quasi si perdono nei suoi paesaggi, diventano formichine e, talora, sono rappresentati di spalle), nel suo quotidiano conflitto tra vizi e virtù, nei suoi affanni ma anche nella sua spontaneità e nella gioia di vivere, tra arguzia e ironia.

Tra guerre di religione ed “era glaciale”

Bruegel, non dimentichiamolo, visse in un periodo tutt’altro che pacifico. L’Europa era attraversata da conflitti religiosi tra cattolici e protestanti, e nelle Fiandre prendeva sempre più forza l’etica calvinista, con l’idea che il successo nel lavoro, oltre a una certa sobrietà e parsimonia nella condotta di vita, potessero favorire il destino di salvezza nell’aldilà. Di qui, la condanna dell’accidia (si veda nell’opera di Bruegel, Il mondo dei vizi e delle virtù) descritta attraverso il simbolismo di una persona che dorme sul cuscino del diavolo, tra un asino e una chiocciola.

Un altro paesaggio tipico che caratterizza la pittura di Bruegel, ripreso infinite volte anche dai suoi figli, è quello invernale. D’altra parte, quando viveva il pittore si verificò la cosiddetta “piccola era glaciale” con un abbassamento drastico delle temperature e conseguenti gravi problemi per le popolazioni con carestie e miseria. Nei suoi quadri, se li si guarda con attenzione, si ha proprio la sensazione del freddo che penetra nelle ossa, quasi con effetto impressionista.

Ma non manca ironia e sberleffo

Eppure, ciononostante, Bruegel resta un pittore che non nasconde una certa vena umoristica e ironica. Le nozze dei contadini, con la sposa che è l’unica ad avere i capelli sciolti, simbolo sessuale e di disposizione alla procreazione, al centro della festa, e ha uno specchio dietro le spalle che la protegge da qualsiasi “malocchio”, perché ogni sguardo malevolo indirizzato contro di lei, verrebbe respinto al mittente.

Altro esempio, la sua opera sui proverbi che è davvero un’enciclopedia illustrata dei modi di dire popolari più comuni. Ne illustra un centinaio. Alcuni tipici della cultura belga, altri che ritroviamo anche nel nostro linguaggio. Una curiosità: quando una donna vuole mettere un vestito azzurro al marito significa che fa “cornuto” e lui non lo sa…

E anche nei soggetti più crudi come il Trionfo della morte, Bruegel non perde l’occasione di giocare sullo sberleffo; ricchi e poveri, potenti e miseri, sono tutti uguali davanti ad essa: il prelato che riconosciamo dal cappello; il re, a cui viene mostrata la clessidra col tempo che sta per scadere; e poi c’è chi cerca di opporsi vanamente ad essa, impugnando la spada, o chi la ignora di proposito come gli amanti, anche se, pure per loro, la fine è ormai segnata.

Insomma, un libro che attraverso le belle immagini delle opere di Bruegel consente di avvicinare la cultura di un’epoca, e la visione di un artista che, nonostante tutto, ha una concezione positiva e ottimistica della vita e ha fiducia nell’umanità che, pur con i suoi tanti difetti e meschinità, si affida alla speranza della salvezza contro la dannazione eterna e, nel frattempo, cerca di sopravvivere in allegria.

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