Marcello Dudovich: l’arte sui manifesti

Marcello Dudovich, nato a Trieste nel 1878 e morto a Milano nel 1962, pittore, illustratore, fotografo, fu uno tra i più importanti innovatori della cartellonistica pubblicitaria tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento. E chi svolgeva questa attività a quei tempi non era ancora un professionista, un tecnico, ma lo si poteva definire un artista vero e proprio.

Vittorio Pica, scrittore e critico d’arte, definì il manifesto un’“umile forma d’arte che anche nella sua gloria effimera, poiché il sole lo scolora, la pioggia lo inzuppa e lo macula, il vento lo lacera, corrisponde mirabilmente all’intensità vorticosa delle nostre grandi città”. E, in realtà, il manifesto rappresentò per quell’epoca un mezzo di comunicazione visiva molto efficace, immediata e di massa, capace di divulgare attraverso immagini evocative e semplificate, messaggi non solo commerciali.

Ecco perché è interessante cercare di scoprire, come ha fatto il m.a.x. di Chiasso, sotto la direzione di Nicoletta Ossanna Cavadini, la tecnica di lavoro di Marcello Dudovich, per comprendere come sono nati i suoi manifesti, quale bagaglio di esperienze e idee muoveva la sua vena creativa.

Questa in sintesi l’idea espositiva, che non poteva non partire dall’esame della raccolta del suo enorme fondo di fotografie, oltre 1200 – integrato da altri 21 prestatori – anche perché si è scoperto che le idee per i suoi manifesti nascevano proprio da una rielaborazione approfondita degli scatti fotografici che faceva lui stesso o altri colleghi. D’altra parte, occorre dire che Dudovich amava fotografare ma anche essere fotografato, anche se non riteneva che la fotografia fosse una forma d’arte.

Né, d’altra parte, bisogna dimenticare che dietro la sua attività c’era stato un apprendistato giovanile presso le Officine Grafiche Ricordi, dove l’uso della fotografia come espediente per realizzare bozzetti o disegni, grazie al suo maestro Metlicovitz, era assai frequente. Forse è vero quello che dice Walter Benjamin che attraverso la fotografia si scoprono cose che a occhio nudo non si riescono a vedere. Cose che il filosofo infila sotto il cappello di inconscio ottico per assimilarlo all’inconscio istintivo che invece si scopre grazie alla psicoanalisi.

Comunque sia, chi ha allestito la mostra ha messo in relazione fotografie e manifesti, cercando di individuare le peculiari scelte grafiche di Dudovich. Va ribadito, seguendo anche le indicazioni di un critico attento come Roberto Curci, che ha curato l’esposizione al Museo di Chiasso, che per lui la fotografia era un mezzo meccanico, non aveva alcuna “legittimità espressiva”.

Naturalmente, i suoi soggetti preferiti sono le donne, soprattutto quelle dell’alta borghesia che lui frequentava abitualmente, – in località mondane, alle corse dei cavalli – colte talora in atteggiamenti da donna fatale, spesso di spalle, vestite alla moda, con scialli o sciarpe che svolazzano al vento. Il vento è un ingrediente importante perché movimenta e ravviva la scena. Donne bellissime ma stilizzate, con lo sguardo perso all’orizzonte, un po’ snob, inarrivabili eppure ammiccanti, viste dal basso in alto, troneggianti ma anche fascinose e maliziose. Insomma, le famose “donnine”, un’icona di Dudovich.

Nel confronto tra lo scatto fotografico e la realizzazione del manifesto, si vede in modo chiaro come l’artista compia interventi importanti, ritocchi, abbellimenti, senza però mai perdere il contatto con la realtà, evitando certi manierismi tipici dell’Art Nouveau. Ma accanto alla dama bianca con il velo, manifesto realizzato per Pirelli, Dudovich non esita con forza un po’ trasgressiva e, diremmo, moderna, a realizzare lo scimpanzé mascotte per Borsalino.

Anche se Dudovich non si può considerare un intellettuale (“per nulla letterato” lo definì Leonardo Borgese), non mancano nei suoi lavori anche citazioni colte, di sapore mitologico, come Leda e il cigno, il tutto sempre trasposto in chiave contemporanea, naturalmente.

Da segnalare anche l’esperienza di Dudovich in ambito cinematografico. Siamo nell’epoca dei film muti e il cinema non è ancora diventata un’arte popolare. Lui realizza bozzetti per i manifesti dei film e la loro cartellonistica che deve suggerire senza svelare troppo della trama. Tra le varie pellicole, citiamo un polpettone storico, “Severo Torelli”, del 1914.

La mostra è aperta a Chiasso presso il m.a.x., via Dante Alighieri 6, fino al 16 febbraio 2020. Alcuni manifesti saranno visibili anche presso Villa Bernasconi di Cernobbio, largo Campanini 2, fino al 16 febbraio 2020. Il catalogo intitolato “Fotografia tra arte e passione” è stato realizzato da Skira, 36 euro.

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