Velázquez: tra poesia e scultura

Manet, che era rimasto affascinato dalle sue opere, definiva Diego Velázquez “il pittore dei pittori”, nel senso che ne riconosceva la grandezza assoluta. E infatti, il pittore francese venne molto influenzato dall’artista andaluso, dal suo stile, fatto di pennellate larghe, rapide, con colori deposti sulla tela nella loro densità originaria, quasi a macchie giustapposte. Un’altra delle caratteristiche di Velázquez era indubbiamente la capacità di ritrarre i volti delle persone. Sapeva cogliere l’espressività, il carattere del viso della gente che ritraeva, grazie all’uso attento della luce e del chiaroscuro, e riusciva a evocare la loro intimità profonda, insieme ai loro tormenti e alle loro angosce.

Se pensiamo a Velázquez ritrattista viene in mente il suo capolavoro “Las Meninas”, l’opera dedicata alla corte di Filippo IV, nella quale sono ritratti molti personaggi (compreso lo stesso artista): l’infanta Margarita, i cortigiani, le damigelle, la nana e il nano e il re e la regina, sullo sfondo.

Velázquez, Las Meninas

Il pittore però non ritraeva solo personaggi importanti, ricchi e famosi, come ad esempio il papa (Innocenzo X, ad esempio, non era rimasto troppo soddisfatto dell’eccessivo realismo che Diego aveva dato al suo volto), ma anche persone povere e umili come il suo servitore e amico Juan de Pareja (entrambi i lavori datati 1650).

Qui però mi vorrei soffermare su due opere precedenti, risalenti ancora al periodo giovanile di Velázquez: la pala d’altare “Vergine che impone la casula (il paramento dei sacerdoti) a Sant’Ildefonso” (1620), che riproduce un avvenimento miracoloso, dove il santo assume il volto del misterioso committente e si trova proprio al centro dell’opera. Inutile dire che il viso emaciato, ossuto, assomiglia molto al busto che Pietro Bernini – padre del più famoso Gian Lorenzo – dedicò ad Antonio Coppola, benefattore dell’ospedale di Firenze.

Velázquez, Vergine che impone la casula a Sant’Ildefonso

I due, Velázquez e Bernini, non si conoscevano ancora ma possiamo dire che qui ci sono gli elementi che ibrideranno reciprocamente le loro opere e faranno nascere il ritratto barocco, “quei ritratti parlanti” che non erano più, come nel passato, riproduzioni severe e statiche di visi ma fisionomie “mosse”, che lasciano trasparire emozioni e individualità psicologiche.

Pietro Bernini, Busto di Antonio Coppola, 1612

Altra conferma, il ritratto che Velázquez fece a un grande poeta del “siglo de Oro”, Luis de Gongora (1622), che alcuni definivano anche l’Omero di Spagna. Autore spesso criptico, che, non per nulla, come motto aveva “fare poco non per molti”, imitatore dei classici ma anche capace di virtuosismi eccelsi (allusioni ed elusioni) non sempre facili da comprendere.

Velázquez, Ritratto di Luis de Gongora

Il suo volto dipinto da Diego sembra trasmettere in chi lo guarda la sua interiore cupa e complessa personalità: gli occhi infossati, il naso adunco, le labbra ricurve, lo sguardo triste, senza dimenticare il neo sulla tempia destra. La somiglianza di questo quadro con la scultura di Gian Lorenzo Bernini dedicata al cardinale Pedro Foix de Montoya balza subito agli occhi e conferma quella comunanza espressiva che lega questi due grandi artisti.

Gian Lorenzo Bernini – Ritratto/Busto di Pedro Foix de Montoya, 1622

Vediamo ora dove si trovano le opere di Velázquez citate. La famosissima “Las Meninas” è presso il Museo del Prado, mentre la “Vergine che impone la casula a sant’Ildefonso” è l’unica opera che è sempre rimasta a Siviglia al Centro Velázquez, o meglio Hospital de los Venerables, un grande gioiello dell’arte andalusa e barocca.

Il ritratto di Luis de Gongora, invece, si trova al Boston, Museum of Fine Arts, che raccoglie opere provenienti da ogni parte del mondo, molte delle quali recuperate da interventi di studiosi della Harvard University.

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