Terra Alta. Gli scrittori ipocriti che vanno in carcere a parlare dei loro libri

Tra i libri che abbiamo letto questa estate ce n’è uno che ci è particolarmente piaciuto, si intitola “Terra Alta” di Javier Cercas, Premio Planeta 2019, edito da Guanda. Ci sono tanti motivi che ce lo hanno fatto amare, ma una scena in particolare merita di essere citata perché paradigmatica di un certo comportamento da parte di certi scrittori quando vanno a visitare dei detenuti in carcere, più che per solidarietà, per poter pubblicizzare i loro lavori.

Nel romanzo, uno scrittore invitato dal Direttore del penitenziario, dichiarò che ogni scrittore aveva il dovere di solidarizzare con i diseredati e i perseguitati, e che lui era lì per quella ragione. Argomentò che, per lui, uno scrittore era una persona come le altre, né migliore né peggiore, che bisognava essere consapevoli dei limiti della letteratura e bisognava bandire la presunzione narcisistica, petulante e antiquata che avesse qualche utilità, perché in fondo la letteratura non era che un gioco intellettuale, un intrattenimento incapace di insegnare qualcosa a qualcuno o di cambiare qualcosa. Concluse che lui aveva molto di più da imparare da loro di quanto loro avessero da imparare da lui.

«Anche per questo sono venuto qui» aggiunse. «Sono venuto a imparare, non a insegnare. Ad ascoltare, non a parlare».

Javier Cercas

La buona coscienza del sinistrorso da esposizione

Un recluso – detto il Francese – si rivolge così allo scrittore:

«Prima di tutto, vorrei ringraziare il signor romanziere per essere venuto a trovarci». Lo scrittore rispose al benvenuto con un gesto ironicamente affettato. «E poi vorrei dirgli che sono d’accordo con lui».

Il Francese però non ha peli sulla lingua e, dopo aver affermato che i libri scritti dal romanziere fanno schifo, aggiunge:

«Perciò lei ha ragione: i suoi libri non hanno niente da insegnare a nessuno. Niente di niente. Ma non perché lei è uguale agli altri. No, perché lei è pessimo come i suoi libri. Lei, signor romanziere, è un imbroglione del cazzo».

«E sa perché è un imbroglione?» insistette. «Be’, perché dice soltanto bugie. Lei non è venuto qui ad ascoltarci né a solidarizzare con noi né tutte quelle stronzate che ci ha raccontato. Lei è venuto a guardarci come se questo fosse uno zoo e noi degli animali, e per potersene poi tornare a casa tutto contento, con la sua buona coscienza di sinistrorso da esposizione linda come uno specchio. Si dice così…?»

E prosegue:

«Il guaio è che lei, che si crede così furbo e originale, non è per nulla un’eccezione. Lei è la norma. Voglio dire che ciò che pensa lei è ciò che pensano tutti quelli che stanno fuori, vale a dire che noi, noi che stiamo qui, siamo diversi da voi, che siamo di un’altra razza, peggiori di voi. E non è vero. Noi siamo come voi, lei potrebbe benissimo essere al mio posto e io al suo. Perciò, complimenti, aveva ragione anche su questo: noi abbiamo molte più cose da insegnare a lei di quante lei ne possa insegnare a noi».

Leggete questo romanzo perché ne vale la pena. Per un motivo, soprattutto, perché vi farà amare ancora di più la lettura. E capirete ancora meglio quanto un buon libro possa aiutarci a vivere meglio o, almeno, a sopportare la nostra vita…

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