Utopia, utopia, per piccina che tu sia…

Quanta paura hanno i benpensanti dell’utopia! Molto meglio la distopia che l’utopia. Pensare che si possa credere a un mondo migliore rispetto a quello in cui viviamo è qualcosa che dà fastidio a queste persone, palesemente soddisfatte di ciò che gravita attorno a loro. E, se non soddisfatte, almeno indifferenti… Loro l’utopia non la possono sopportare nemmeno se la ritrovano nei romanzi, dove, almeno lì, vivaddio, dovrebbe essere concesso un piccolo spazio per sognare. Oppure no?

Torniamo al romanzo “Il colibrì” di Sandro Veronesi che ha vinto il Premio Strega. In una recensione su “Il Sole 24 Ore”, Gianluigi Simonetti, già citato in un nostro precedente articolo, pur considerando meritevole il lavoro dello scrittore premiato, critica duramente la “sbandata utopistica delle sue ultime cento pagine, che andava evitata”.

Andava evitata?

E da che pulpito arriva questo pesante giudizio? Forse si suggerisce di riscrivere il finale secondo una visione distopica più adatta alla sensibilità del recensore? Oppure, qualsiasi idea di futuro che non rientri in quella liberista urta la delicata sensibilità dei benpensanti?

Domande retoriche, senza risposte. Da parte nostra, evitando qualsiasi polemica spicciola che non servirebbe a nessuno, riportiamo alcuni brani di quel finale che nella sua inelegante impudenza Veronesi si è permesso di scrivere. A noi piace, soprattutto, la riflessione sulla libertà, o meglio sulle libertà (plurali e false) della nostra società.

C’è “una guerra feroce tra verità e libertà (…) essendo la libertà ormai stata trasformata in un concetto ostile, digrignante e imperdonabilmente plurale – le libertà, le infinite libertà in cui quella parola sarà stata smembrata, come la zebra viene smembrata dal branco di iene che la divorano, libertà di scegliere sempre ciò che si preferisce, libertà di ricusare ogni autorità che cerchi d’impedirlo, libertà di non sottomettersi alle leggi sgradite, di non rispettare i valori fondativi, la tradizione, le istituzioni, il patto sociale, gli accordi presi in passato, libertà di non arrendersi davanti all’evidenza, libertà di insorgere contro la cultura, contro l’arte e contro la scienza, libertà di curare secondo protocolli non riconosciuti dalla comunità o, per converso, di non curare affatto, non vaccinare, non usare gli antibiotici, libertà di non credere ai fatti documentati, libertà di credere invece alle notizie false e libertà di produrne, anche, libertà di produrre emissioni dannose, rifiuti tossici, residui radioattivi, libertà di gettare in mare materiali non biodegradabili, di inquinare le falde acquifere e i fondali marini, libertà per le donne di essere maschiliste, per gli uomini di essere sessisti, libertà di sparare addosso a chi entra in casa tua, libertà di respingere i profughi e rimandarli nei lager, libertà di lasciare affogare i naufraghi, di odiare le religioni che non siano la propria, i modi di mangiare e di vestirsi che non siano i propri, libertà di disprezzare i vegetariani e i vegani, libertà di cacciare gli elefanti, le balene, i rinoceronti, le giraffe, i lupi, gli istrici, i mufloni, libertà di essere crudeli, scorretti, egoisti, ignoranti, omofobi, antisemiti, islamofobi, razzisti, negazionisti, fascisti, nazisti, libertà di pronunciare le parole “negro”, “subnormale”, “zingaro”, “paralitico”, “mongoloide”, “culattone”, di gridarle, addirittura, libertà di perseguire solo e soltanto il proprio volere e il proprio interesse, di sbagliare sapendo di sbagliare e di combattere fino alla morte contro chi vorrà eliminare l’errore poiché della libertà esso, l’errore, non la Costituzione, sarà considerato il garante”.

Alla fine però, tutti i torti Simonetti non ce li ha. Forse, dal punto di vista letterario-estetico, la prova di Veronesi nell’ultima parte del romanzo effettivamente non è eccelsa. Ma, attenzione, in questo caso la critica riguarda la forma non il contenuto…

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