Tigri di carta e lettori da rotocalco?

La storia che racconta Sara Recordati nel suo romanzo – “Tigri di carta”, edito da Mursia – è quella di tre fratelli, diversissimi l’uno dall’altro, con i loro successi, i loro problemi, i loro segreti. Tra ipocrisie, incomprensioni, incapacità di comunicare, quello dei tre che apparentemente sembra abbia riscosso più successo nella vita, nella carriera, nella famiglia, è invece destinato a cadere, a mostrarsi fragile come una tigre di carta, oppresso da un angoscioso segreto che condizionerà la vita degli altri fratelli e che verrà svelato solo nel finale.

Come non apprezzare la scrittura della Recordati? E’ attenta, fluida, precisa. Spiega con acribia i comportamenti e i sentimenti dei personaggi che fa muovere sulla pagina, senza timore di esporre, accanto a considerazioni psicologiche profonde, aspetti più esteriori per meglio delinearne il carattere. Anche con un pizzico d’ironia (speriamo!). Un esempio: Ettore era cresciuto bene: una personcina a modo, con saldi principi morali e una predilezione per i maglioncini di cachemire, le scarpe firmate, le camicie tagliate su misura.

All’autrice, peraltro, non sfugge nulla dei complessi pensieri che passano per la testa dei suoi personaggi, dei dubbi, delle ansie, e riporta tutto al lettore perché non vuole che si distragga, che esca fuori dal suo impianto narrativo. Il suo ruolo di narratore esterno onnisciente non si limita a far agire i personaggi ma vuole rendere esplicito – cercando se possibile di razionalizzarlo, giustificarlo – ogni moto del loro animo, ogni azione che compiono, ogni decisione che prendono.

Sara Recordati

Strategia metacognitiva: ma cos’è?

Davvero un lavoro certosino, di cesello che alla fine a un lettore scafato potrebbe apparire però un po’ troppo invasivo, ridondante. Eh, sì perché, a meno di volere considerare il lettore un passivo consumatore di narrativa, alla ricerca di concetti prêt à porter di filosofia e psicologia spicciola, da rotocalco femminile (come dice la stessa autrice, pag. 188), forse sarebbe stato meglio lasciarlo libero di mettere in funzione quella strategia metacognitiva che applicata alla lettura rende un romanzo qualcosa che il lettore costruisce insieme all’autore. Cioè qualcosa di vivo e di autentico.

Insomma, bisogna considerare che il rispetto verso il lettore si estrinseca anche e soprattutto nel considerarlo capace di rielaborare autonomamente gli spunti, i suggerimenti, le indicazioni che l’autore dissemina nel corso del romanzo, senza però essere troppo pedissequo. Senza bisogno che gli stia sempre con il fiato sul collo. Ciò anche per consentire al lettore di compiere il suo personale lavoro di comprensione, inferenza, immaginazione, valutazione, ecc. perché proprio qui sta il vero e intimo piacere della lettura.

Suspense come fase creativa del lettore

Per carità, il plot è ben realizzato, pieno di avvenimenti e situazioni che hanno una loro logica e un senso compiuto e che toccano tutti gli aspetti anche meno nobili che possono nascondersi nella vita di una persona e nell’ambito di un rapporto familiare: anafettività, violenze domestiche, aborti, ipocrisie, tradimenti, falsità, reticenze, ambiguità, e via dicendo. Ma per seguire (e partecipare a) una vicenda il lettore, che è curioso di natura,  vuole essere lui a scoprire certe cose, lasciando libero sfogo alla sua fantasia, lasciandosi coinvolgere emotivamente.

L’ingrediente principale che in un certo senso manca in questo romanzo, comunque ben organizzato e ben scritto, quindi è proprio la suspense.  Il lettore, per girare la pagina e andare avanti nella lettura, vuole essere stupito, spiazzato, ingannato persino. Non gli piace essere guidato, indirizzato, accompagnato. Vuole vedere in azione i personaggi, vivere con loro, immedesimarsi; non ama i cliché, le spiegazioni dettagliate che gli ammannisce dall’alto l’autore.

Qui si nasconde anche la chiave del successo di un romanzo che deve partire dalla notissima affermazione inglese: “Show, don’t tell!”. Operazione, purtroppo, tutt’altro che facile! In fondo, il senso ultimo è quello che l’autrice fa dire a un suo personaggio: “Nella vita (ma anche nei romanzi) non c’è sempre bisogno di dirsi tutto!

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