Cioni Carpi: placare le ansie senza rimuoverle

La Fondazione Ragghianti a Lucca presenta in contemporanea la mostra “L’avventura dell’Arte Nuova”, di due artisti, Cioni Carpi e Gianni Melotti, che negli stessi anni – dal Sessanta all’Ottanta – hanno operato rispettivamente a Milano e a Firenze, in diversi ambiti, ma soprattutto in quello fotografico.

La prima mostra riguarda Cioni Carpi (1923-2011), proveniente da una famiglia di artisti, pittori, scrittori, illustratori, ma attratto dal cinema e dalla fotografia; la seconda, quella di Gianni Melotti (1953), fotografo – che attualmente continua a produrre – nel suo primo decennio di attività.

Si tratta di artisti di generazioni diverse ma accomunati dallo stesso sguardo innovativo e sperimentale, alla ricerca di forme di espressioni creative inedite, dal desiderio di riflettere, partendo dall’interno, sulla funzione stessa del medium che usano, cioè la fotografia.

La mostra di Cioni Carpi è stata curata da Angela Madesani che ha conosciuto personalmente l’artista. Uomo dalla personalità poliedrica ma anche scomodo, dal carattere schivo, che ad un certo della sua vita, verso la fine degli anni Ottanta, compie un gesto quasi inimmaginabile, abbandona la sua attività, scompare letteralmente dalla scena. Si ritira, dedicandosi alla scrittura, alla musica e ai suoi amati cani.

Cioni Carpi, Trasfigurazione/Sparizione Cinque, 1974

Cioni Carpi è un artista indefinibile, che fatichiamo a inserire in una precisa categoria. Nasce come pittore sulle orme del padre Aldo, Direttore di Brera, che per principio si rifiuta di aiutarlo in questa sua attività. Si mette a girare il mondo, Parigi, Haiti, New York, Canada. Diventa attore, clown, performer. A Parigi, farà parte della compagnia dei Gobbi, con la Valeri e Bonucci, accompagnando al piano gli attori in scena.

Abbandona la pittura e si dedica alla fotografia. Lo fa sempre con lo spirito di sperimentare linguaggi nuovi che gli consentano di esprimere quello che gli urge dentro. Così farà con il cinematografo, quando incontra Maya Deren, etnologa e cineasta che lo spinge verso questa diversa forma d’arte.

Lo dice lo stesso Cioni: “… se a un certo punto lo strumento mi porta a un limite invalicabile, passo senza pormi assurdi problemi stilistici a un altro strumento che mi permetta di continuare”.

Cioni Carpi, Abbiamo creato anticipi sistemi, 5/15, 1963-1974

Ma su di lui, come su tutti i componenti della sua famiglia, pesa un avvenimento drammatico, la persecuzione nazista e, soprattutto, la tragica morte del fratello Paolo a 16 anni con una iniezione letale di fenolo in un campo di concentramento. Il padre Aldo, la discesa nell’inferno nazista l’aveva vissuta in prima persona, e raccontata nel “Diario di Gusen”. Ma proprio la sua arte gli aveva salvato la vita: i suoi ritratti piacevano agli aguzzini.

Di qui, l’interesse di Cioni per il complesso rapporto tra uomo e potere e la riflessione sulla violenza, sulla prevaricazione del forte sul debole. In questo senso può essere letto il film in 16 mm da lui realizzato nel 1961. Un film astratto d’ animazione dal titolo “Punto e contrappunto”, che mostra i rapporti tra un punto grande (che ha il potere), il punto piccolo (che non ne ha) e una massa di linee (la comunità).

Cioni Carpi, Palinsesto 2, 1963

Tra le sue realizzazioni teatral-cinematografiche non si può non ricordare la scenografia per l’opera “L’istruttoria” di Peter Weiss, costituita da un documentario girato proprio nel campo di concentramento in cui aveva trovato la morte il fratello Paolo. Suoi filmati verranno anche utilizzati da alcuni compositori di musica contemporanea come Bruno Maderna, per la messa in scena delle loro opere.

Importante anche l’esperienza della Narrative Art. Rientra perfettamente nel suo modo di vedere le diverse forme d’arte, pronte alla contaminazione, come nel caso specifico la scrittura e la fotografia. Insieme a Franco Vaccari, trova che parole e immagini possono convivere, alternarsi, favorendo un significato corale e più profondo all’opera.

Cioni Carpi, Ritratto dell’artista come ombra sul muro, 1957-1975

Da segnalare che Cioni Carpi partecipò anche alla Biennale di Venezia nel 1978 e nel 1980, su invito di Vittorio Fagone, dove presentò opere di fotografia, installazioni, video, disegni, scrittura, oltre che pittura figurativa, a cui si riavvicinò negli ultimi anni Ottanta.

Ma veniamo alla mostra e alle opere esposte. Cioni Carpi non sfugge a un certo concettualismo che obbliga chi osserva le sue opere a una riflessione: non basta vedere le immagini, sia foto che disegni, ma occorre leggere i testi che le accompagnano, non mere didascalie ma idee, concetti, allusioni, spesso soffuse di ironia.

Ecco allora la serie di “Trasfigurazioni”, le “sehspass”, un neologismo inventato da lui che dovrebbe significare divertimento visivo, con una buona carica satirica, visto che ricorre a testi di Swift. E poi i “Ritratti di artista”, vecchie sue foto degli anni Cinquanta che rielabora vent’anni dopo, facendo un esercizio di memoria, una riflessione sulla consapevolezza del tempo trascorso.

Cioni Carpi, Sehspass 01 (Sequoia semper virens), 1976

Da segnalare anche i “Palinsesti” che rappresentano, secondo l’artista, “copia imperfetta delle idee”, sulla falsariga del concetto platonico delle immagini riflesse nella caverna. Presenti anche esempi di Narrative Art , in cui si coglie il suo spirito satirico e tragico al tempo stesso, come nel lavoro intitolato “Cadendo mi spezzai le braccia e le gambe mentre saltavo di palo in frasca”.

Da parte nostra crediamo che, come per Melotti, non si riesca a inquadrare bene le figure di entrambi gli artisti se non si tiene conto di una componente fondamentale della loro visione artistica: quella del gioco, del divertimento, dell’ironia, spesso amara e corrosiva, ma utile “a placare le ansie, senza tuttavia rimuoverle”, come diceva lo stesso Carpi.

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