Premio Nobel per la Poesia: Louise Glück. Conosciamola meglio

Non è semplice avvicinarsi a un nuovo poeta. Nemmeno se a questi, come è successo a Louise Glück, è stato appena assegnato il Premio Nobel. Uno dei più prestigiosi riconoscimenti al mondo. La motivazione della Giuria, è, come di consueto, sintetica e dice: “Per la sua inconfondibile voce poetica, che con austera bellezza rende l’esistenza individuale esperienza universale”.

Elisa Biagini, che ha curato un’antologia di poeti americani per Einaudi, così presenta la sua opera.

«Possiamo vedere la poesia della Glück come il prodotto diretto dell’incontro tra la lirica di Emily Dickinson e quella di Walt Whitman il tutto pervaso da un silenzio quasi metafisico. È un continuo interrogarsi sulla propria esistenza, sulla natura del mondo e del sé  nel mondo il tutto usando un linguaggio rigoroso e diretto. La poetessa esplora ancora ed ancora la propria vicenda umana per cogliervi gli elementi universali, una comunione nella sofferenza e nella difficoltà del vivere».

Ma anche questa analisi, pur attenta e approfondita, ci soddisfa fino a un certo punto. In questi giorni i media ne hanno parlato molto. Oltre ai doverosi complimenti per il riconoscimento assegnatole, sono state anche pubblicate diverse poesie della scrittrice americana.

Eccone una:

«Un vento è venuto e passato, smontando la mente
ha lasciato nella sua scia una strana lucidità.
Quanto sei privilegiata, ad aggrapparti ancora con passione
a ciò che ami»

Nelle sue poesie, ci sembra che vi siano due temi che le stiano particolarmente a cuore e che pare siano intrecciati tra loro. Il cambiamento, inteso come radicale rinnovamento (si veda la sua attenzione alla Vita Nova di Dante) e la speranza che nella vita qualcosa che arrivi da fuori di lei riesca a sorprenderla, a stupirla. La sua è quasi la ricerca di uno stupore infantile (Dante aveva nove anni quando vide Beatrice e ne rimase colpito). Anche se in cuor suo non ci crede. E si chiede, come può persistere la fede in un nuovo inizio?

In fondo, per la Glück tutto è caduco: la passione non dura, la speranza svanisce, i problemi personali e famigliari, le amarezze, le delusioni prevalgono. Vorrebbe uscire da questo meccanismo ripetitivo ma sembra non riuscirvi. La natura (il giardino dell’Iris selvatico), i suoi miti, le reminiscenze teologiche o mitologiche (l’Averno) sembra che non siano sufficienti a dare agli avvenimenti personali che vive o ha vissuto la necessaria prospettiva. L’operazione che fa serve solo ad allontanarli da sé ma senza superarli del tutto. E’ questo che rende in certi casi la sua poesia fredda, immota.

Abbiamo chiesto un parere anche al poeta Davide Rondoni che così ci ha scritto:

Ritengo la vostra analisi in buona parte giusta e rispondente a una tendenza generale della poesia “ufficiale” di oggi, che priva o quasi di senso realmente trascendente finisce per usare tutto,  compreso la mitologia, come tentativo di universalizzazione del proprio oggetto, ma risultando come dice lei un po’ fredda, in quanto non animata da un reale senso del sacro, insito invece in quelle antiche narrazioni.

La bravura di scrittura non basta. Ma ovviamente la  Glück rappresenta lo spirito prevalente dell’epoca. Accade quasi sempre così coi Nobel. E spesso sono davvero grandi poeti. In altri casi, buoni o buonissimi. Ma non sempre i poeti ritenuti interpreti del tempo in cui vivono (e il nostro è secolarizzato e gnostico) sono quelli che fanno tremare il cuore e la mente.

Per capire meglio questa grande poetessa, abbiamo chiesto aiuto al suo traduttore italiano, Massimo Bacigalupo, professore presso il Dipartimento di Lingue e Culture Moderne dell’Università degli Studi di Genova.

L’articolo verrà pubblicato nei prossimi giorni. Non perdetelo!

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