Poeta dell’Anno 2020

I vincitori della edizione 2020 del “Poeta dell’Anno” sono Ermanna Carmen Mandelli e Davide Rocco Colacrai.

Ecco le loro poesie e le motivazioni.

Ermanna Carmen Mandelli, Ti vengo incontro a mani nude

Siamo di fronte a una composizione poetica di eccellente qualità. Basta una prima lettura per cogliere nella scrittura di Ermanna Carmen Mandelli, il senso della sua facoltà e facilità assoluta (quasi felicità) del periodare. La sorregge una musicalità innata, un orecchio perfetto, che coglie nell’aria i motivi che si ripetono come in un recitativo sensibilissimo che sa toccare le più nascoste corde emotive con l’efficacia di immagini concrete.

Ermanna Carmen Mandelli

Una poesia d’amore la sua. Che altro può essere? Un amore che ritorna, atteso, desiderato, immaginato, idealizzato, astratto eppure concreto. Ideale eppure reale. Un amore che, con tutte le sue sfaccettature, è in grado di sconvolgere la vita, dominare la mente e il cuore, che è capace di unire ma forse anche di dividere.

Dirompente, totale e totalizzante, con il suo carico di sogni, delusioni e rimpianti, affetti, emozioni e passioni, legati da un filo sottile che unisce passato e presente, che non si spezza ma potrebbe farlo da un momento all’altro e per sempre.

Un amore che fa cantare la poetessa e le fa raggiungere vette sublimi di armonia. La sua poesia, infatti, è un ricamo, un intreccio, elegante e raffinato fatto di assonanze e rime interne ed esterne, rimandi, allusioni.

Ha un ritmo che incanta, che risuona dentro chi la legge e si riverbera, diventando motivo di illusione o di speranza, di felicità sconosciuta che sta a noi, solo a noi, cercare di cogliere.


Davide Rocco Colacrai, Cristo con violino

Davide Rocco Colacrai

L’impegno civile nella poesia di Davide Rocco Colacrai è evidente e lo si evince anche da un esame, pur superficiale, del suo ampio curriculum e del valore delle opere fino ad ora pubblicate.

Non è facile definire la poesia civile. Vi è sempre sottesa la problematicità del rapporto tra l’individuale e il collettivo che imbriglia e confonde. La poesia per essere civile deve essere in grado di mettere in dubbio le certezze, deve proporre prospettive diverse dalle quali osservare il mondo, entrare nelle vicende individuali, come fa Colacrai nel caso di Baris Yazgi – il musicista curdo morto affogato. abbracciato al suo violino, nel tentativo di raggiungere l’Europa – per riviverle e universalizzarle. Mitizzarle se è possibile.

In altre parole, riuscire a far cogliere a chi le ascolta la drammaticità e l’atrocità di quanto accaduto, dal di dentro, immedesimandosi nel protagonista, nella vittima. Da questa operazione è possibile far scaturire, senza denunciarle esplicitamente, le contraddizioni, spesso insanabili, della società.

La poesia civile, senza voler dare soluzioni né voler scardinare equilibri precostituiti, deve in altri termini chiedersi perché, perché una certa tragedia è accaduta e quanto assurda, angosciante sia, rivivendola attraverso gli occhi di chi l’ha subita.

Farlo non è facile. Deve evitare di farsi cassa di risonanza di parole d’ordine che non le appartengono o cadere nella mera retorica o nel moralismo. Dietro l’artificio poetico ci deve essere l’autenticità del sentire. E questo nella poesia di Colacrai si percepisce.

Non si diventa poeti per essere “impegnati”. La poesia, se è autentica, è di per sé stessa impegno continuo.

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