Luigi Albertin, l’epica del quotidiano

Chi si accosta al lavoro di Luigi Albertin è costretto a riflettere sul concetto stesso di poesia. Diciamo subito che la poesia non è solo quel linguaggio colto, difficile da decifrare, che siamo abituati a sentire dai grandi poeti. E, d’altra parte, non c’è un unico genere poetico.

La poesia non è un’arte di nicchia. Esiste, per fortuna, anche la poesia nazional-popolare, necessaria per la crescita della cultura di un paese, che si sviluppa proprio attraverso una feconda contaminazione tra produzione colta e pop.

A chi si rivolge la poesia moderna? Di solito a nessuno di preciso. Si tratta di una riflessione personale, che il poeta rivolge a sé stesso, alle proprie sensazioni, emozioni, ai propri ricordi, come quando scrive un diario. Oppure parla a una persona amata, vera o ideale. O contempla la natura e i sentimenti che essa suscita in lui.

Gli appelli a un pubblico più ampio, o anche a persone ben determinate, sono meno frequenti e si trovano in componimenti che non appartengono alla poesia strettamente intesa ma piuttosto alla cosiddetta “epidittica”. Per epidittica si intende quel linguaggio, talora aulico, usato nelle feste, nelle pubbliche cerimonie, nelle commemorazioni. E che facilmente, con successivi passaggi di sintesi, può diventare epigrammatico, cioè breve, icastico, arguto, mordace. Vero e proprio aforisma.

Ecco, in Albertin, nella silloge che abbiamo davanti agli occhi sono relativamente poche le liriche intimiste (“E’ solo amore”), mentre prevalgono le poesie epidittiche o gli epigrammi. Il che non significa che non si possa parlare anche in questo caso di vera poesia.

Albertin si rifà a tradizioni nobili che risalgono ai componimenti celebrativi greci come l’epitalamio, composto in occasione degli sposalizi, l’encomio, l’epinicio, per le imprese o i risultati importanti, l’epicedio, in onore di una persona morta, ecc.

Albertin recupera perciò dalla tradizione il mestiere di poeta di corte (anche se le corti non ci sono più), meglio dire di poeta ufficiale, in grado di dare voce attraverso l’uso delle parole – se non in rima, in una metrica studiata allo scopo di nobilitarle – a ricorrenze, anniversari, nascite, battesimi, onomastici, viaggi di nozze, creando con il suo intervento quella che potremmo definire un’epica del quotidiano.

Sono versi di circostanza, talora scherzi linguistici, come gli acrostici, ma che hanno tutti il compito di dare enfasi ai valori umani, etici ed estetici, delle persone alle quali il poeta si rivolge.

Perché il poeta sa lavorare anche su diversi registri. E il suo stile, con leggerezza, passa dal magniloquente alla poesia più semplice, che può anche diventare canzone, ballata (“La notte più bella”, “Pesciolino biondo”, ecc.), con sonorità e strumenti linguistici metrici e retorici meno raffinati ma anche più diretti, più popolari, trasformandosi quasi in mottetto, in stornello.

In questo modo, Albertin si guadagna, possiamo dire “sul campo”, l’incoronazione a poeta pubblico, perché i poeti popolari parlano direttamente al pubblico, abolendo qualsiasi intermediazione, riconquistando con l’uso premuroso e affettuoso delle parole l’attenzione e il prestigio della loro vocazione primaria.

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