Attilio Martignoni: “Non tutti calzano la stessa anima”

Chi si avvicina a un’artista e ne legge le sue composizioni, vuole scoprire la verità che si cela dietro. Non si accontenta di cogliere le emozioni che trapelano dai suoi versi. Vuole arrivare al “movente” del suo fare poetico. Che significa, in altre parole, toccare il nervo scoperto della sua anima. Per quanto nascosto e profondo possa essere.

Ma ci chiediamo: che diritto abbiamo di farlo? Non rischiamo, forse, troppo? Troppo vaghe le parole poetiche per darci la chiave di una interpretazione inequivoca. Eppure, la tentazione è forte. Pur col rischio di venire fraintesi, vorremmo estrapolare un verso che potrebbe essere illuminante, vera chiave di volta per cogliere il senso autentico che ha spinto e spinge Attilio Martignoni verso la sua ricerca poetica.

Scrivo poesie perché la musica che poco mi ha dato e molto mi ha tolto, ricompensi la mia anima.

La musica è entrata nella sua vita quando era molto giovane ma non diciamo di più. Probabilmente, ha vissuto questo rapporto precoce e invasivo con la musica con un misto di amore e odio (“note… spesso da me tradite”) come capita a tutti quando si ha a che fare con sentimenti forti e coinvolgenti e, forse, non siamo preparati ad affrontarli.

Attilio Martignoni

Per questo, gli auguriamo che la poesia per lui possa essere davvero un dolce lenimento dell’anima. E torniamo ad occuparci dei suoi versi.

Le poesie di Martignoni sono il frutto di una breve vacanza nelle Marche. Un momento che il poeta si è concesso di riflessione e ricordo che traduce in una lingua consapevole del sostrato colto eppure quotidiana, tendente all’informale, di breve durata ma di forte intensità.

L’accordo con il ritmo elementare della natura, della vita, si intreccia a ricordi, a descrizioni di persone amate o stimate che fanno capolino tra i suoi versi, visi colti nelle loro più genuine espressività (Letizia, Roberta, Sonia, Rachele).

Il suo linguaggio diventa uno strumento delicato di indagine del circostante, raramente diventa introspettivo, se non per cogliere realtà universali. Il rapporto tra esperienza fisica e tensione creativa, che incerti casi si fa mistica (Come nella poesia “SpiritoLe pause del silenzio,/sono il cuore pulsante di Dio./Scandiscono il tempo dell’assoluto”) entra nel flusso dell’esistenza con delicatezza, aspirando a una trascendenza misteriosa che racchiude una verità psicologica che non si svela facilmente. (“Voglio per gli occhi nostri luce divina”)

Le frequenti anastrofi danno al verso cadenze classicheggianti anche se il suo innato equilibrio lo mantiene lontano dai pericoli dei vertici e degli abissi poetici. Veleggia a mezza forza e si accontenta di lampi di grande visionarietà spirituale o di critica sociale sferzante fino alla causticità. Come nelle poesie “Sicilia” (Profondo di Sicilia è il mare,/dove sangue d’omertà non lascia traccia) e “Muri” (Anime perse di spirito meschino./Costruiscono muri.)

Ma il Poeta è geloso della sua intimità. Non ama concedersi, è reticente, anche se in certi casi sa cogliere con sensibilità assoluta immagini di una forza che ci sconvolge.

Come in quel verso di grande efficacia, che ha l’energia di una sentenza ma allo stesso tempo il potere di spiazzare, grazie all’ardito ricorso a un ossimoro: “Non tutti calzano la stessa anima”. Un verso che segna un confine, un limite, che può anche diventare invalicabile.

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