Enrico Vanzina: come si scrive un romanzo. Qualche riflessione utile

Sappiamo che ci seguono anche degli aspiranti scrittori. Per loro, riportiamo alcuni brani tratti dal libro di Enrico Vanzina, “Un giorno di nebbia a Milano”.

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«Come si scrive un romanzo?» Il guru americano inizia il suo speech con questa micidiale domanda retorica. Poi il suo è un monologo senza possibilità di interruzione.
«Il dilettante inizia a scrivere spinto dal sacro fuoco di una prima ispirazione. Scrive, scrive, senza sapere dove andrà a parare. Non sa che percorrendo questa strada andrà a sbattere contro un muro. Narrare non ha niente a che vedere con uno spunto personale, per quanto intrigante. La prima cosa alla quale il futuro romanziere deve ancorarsi è una trama solida. E questa trama deve contenere un elemento essenziale: una domanda che cerca una risposta.»

Tutte balle! Secondo il personaggio descritto da Vanzina, di nome Finnekens, amico del protagonista, le cose stanno diversamente.

«Se dovessimo dare retta a quel coglione americano, le trame dei romanzi sarebbero infallibili come gli ingranaggi di un Rolex. I tre atti, presentazione dei personaggi, scontro e lotta tra loro, risoluzione della crisi. Ma va’ a dar via i ciapp’» lui.
«E quella piramide narrativa? Il sottotesto, le metafore, l’atmosfera, l’evocazione dei sensi, e vattelapesca. Gli danno anche un pubblico a quell’idiota» io.
Finnekens passa dalla rabbia a una delle sue risate liberatorie. «Il massimo è stata quella storia delle 5 W. Who, What, When e le altre due menate che adesso mi sfuggono» lui.
«Why, Where. Ma te lo immagini Truman Capote che prima di iniziare Colazione da Tiffany gira in mutande per casa ripetendo a voce alta Chi, Cosa, Quando, Perché, Dove?» io.

La domanda non è come si scrive un romanzo, la domanda è perché questo romanzo è stato scritto così. Voi che leggete, giudicate, recensite vi concentrate sempre sul tema, sui suoi difetti o le sue qualità letterarie.
Ma non vi chiedete mai perché l’autore ha scritto quel romanzo e non un altro. Non ve lo chiedete perché non conoscete la scintilla che fa scattare una storia nella testa di un romanziere. Sto parlando dei veri romanzieri.
Chi scrive ha in mano un pennello e una tavolozza, e davanti a sé una tela bianca. Può fare tutto. Un paesaggio, un collage, un ritratto figurativo, un astratto, può addirittura fare la copia di qualcosa di già fatto.
Perché Flaubert ha scritto Madame Bovary invece dei Miserabili? E perché Fitzgerald ha scritto Il grande Gatsby invece di Furore?
Non è questione di tema, di argomento o di stile. Il grande scrittore è comandato da una forza superiore. È come se nascendo si portasse già dentro delle storie che poi è costretto a raccontare. Immaginare non è un dono, né un talento, è quasi una maledizione. Il vero scrittore non può scrivere altro che quello che scrive.
Per questo la grande letteratura è un oracolo. Non è prevedibile, non si spiega, esiste per darci degli strumenti in più sull’ignoto. Una storia non nasce da un ragionamento interpretabile, nasce perché quella storia la conosce solo chi la racconta.

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