Poesia: “Fare attrito” sulla realtà

E’ proprio vero che, come dice un vecchio adagio, “i poeti non si leggono ma si rileggono soltanto”. Me ne sono reso conto dovendo leggere (e giudicare?!) le poesie dei partecipanti a un concorso di poesie. La prima lettura è un approccio, una prova, per poter rileggere ancora, rinunciando al “ben conosciuto”, emancipandosi dal condizionamento del senso che appare a prima vista.

E, quindi, cercare di ascoltare qualcosa senza pregiudizi, per cogliere le originalità di certe soluzioni timbriche, la loro sonorità, l’alterità che vi si nasconde.

Per assurdo, è proprio ciò che resiste a una spiegazione logica, ciò che caratterizza e orienta l’atto di fruizione.

Nel mio lavoro mi attengo ad alcuni canoni ermeneutici piuttosto semplici. Anzitutto una poesia deve avere un suo respiro, un suo ritmo che la caratterizza (melodico, sincopato, percussivo, ecc.). Qualcuno ha detto che la poesia è come “aria rubata”, è musica, è uno spartito che il Lettore (performer fisico del testo) esegue. Se la poesia non è mossa da un suo respiro vitale perde il suo obiettivo, si vanifica.

Poi devo scoprire l’ispirazione, palese o nascosta, che sta dietro una composizione, che, in genere, nasce da un trauma, anche minimo, spesso insignificante, inteso in senso positivo o negativo, ma che fa in modo che il Poeta di fronte ad esso non può più parlare come prima, non può più usare le stesse parole di sempre (che gli appaiono perciò spente, consuete, consumate, ecc.) ma deve reinterpretare il mondo intero.

O, come dice qualcuno, rinominarlo. Di qui, addirittura la necessità di reinventarsi un nuovo codice, di rifuggire il linguaggio dominante, di ricusarlo. E cerca di strappare le parole alla forza dell’abitudine.

Un poeta contemporaneo, Antonio Santori, dice: “Mentre vivo tutto mi sembra innominato”. E, spesso, il Poeta si trova a dover “spacchettare” le frasi, guardarci dentro, scoprirne il meccanismo per fare saltare la logica interna, riproponendole in seguito con più o meno arditi capovolgimenti.

Il Poeta, alla fine, non scrive mai per se stesso (anche se finge di farlo). Ma scrive per gli altri, per i Lettori e li aiuta (se è efficace, e anche se non vuole) a ritrovare se stessi, ad aprirsi a un mistero, a indirizzare la propria coscienza, cercando ove possibile di “fare attrito” sulla realtà.
E’ quello stridio, talora melodioso, talora agghiacciante, la Poesia.

Una Poesia è un grido, un sospiro, un lamento, un urlo di gioia, che, comunque, richiede sempre attenzione.

 «La poesia», ha affermato Szymborska, «trae le sue forze vitali dal mondo in cui viviamo, da esperienze davvero sofferte e pensieri autonomamente pensati. Il mondo deve di continuo essere descritto daccapo, perché dopotutto non è mai lo stesso di una volta, non foss’altro perché un tempo noi non c’eravamo».

Annunci