Giacomo Leopardi, un gay tra noi

Giacomo Leopardi era omosessuale. Franco Buffoni, poeta attento e sensibile, è arrivato a questa conclusione nel suo saggio “Silvia è un anagramma” – edito da Marcos y Marcos – dopo aver esaminato numerosi documenti e soprattutto gli scambi epistolari con Antonio Ranieri, amico del poeta di Recanati, giovane bello ed esuberante, di cui Giacomo pare fosse perdutamente innamorato.

Giacomo Leopardi

Quando entrambi andarono a Napoli – lasciando Recanati, dove da tempo si vociferava delle tendenze del Poeta – Ranieri, che era etero e, pieno di debiti, approfittò dell’infatuazione di cui era oggetto per farsi mantenere per quattro anni, spillando soldi al Poeta: esattamente il contrario di quello che avrebbe scritto in una successiva memoria (“Sette anni di sodalizio con Giacomo Leopardi”). E approfittò della fama dell’amico, diventato, dopo la morte, il Genio italiano, per accreditarsi, anche politicamente. Divenne, infatti, senatore del Regno.

Non conosciamo i retroscena più intimi del rapporto tra i due amici. E’ molto probabile che non si sia trattato di una relazione corrisposta ma di un innamoramento a senso unico. Forse, come sospetta Buffoni, esistono inediti di Leopardi, in grado di chiarire meglio la loro vicenda, ma ancora secretati, per pudore, dagli eredi del Poeta. Sembra peraltro abbastanza certo che a Napoli, per soddisfare certe sue voglie, Giacomo frequentasse a pagamento gli “scugnizzi” della zona. Anche questo, però, difficile da dimostrare.

Antonio Ranieri

Insomma, per quanto riguarda noi lettori, è meglio che quando leggiamo la famosa poesia “A Silvia”, d’ora in poi, ci dimentichiamo il Leopardi, giovane deforme, solitario, succube di un padre crudele, che si innamora della modesta figlia di un cocchiere – il cui vero nome, tra l’altro, è Teresa – che morirà giovane di tisi.

La verità è un’altra. Silvia è un nome fittizio (recuperato dalle letture dell’Aminta di Tasso e forse dall’idea di un romanzo che Giacomo aveva in mente di scrivere che aveva per protagonista un uomo di nome Silvio); la poesia è un gioco linguistico, come dice Buffoni (l’ultimo verso della prima strofa è l’anagramma del nome). Autentica e sentita, invece, è la sua critica contro la natura (destinata nella sua filosofia a diventare matrigna) e l’ordine del creato che ha stabilito generi e specie immutabili, fino a decretarne un diritto naturale, costringendo per questo motivo le sue creature a vivere nella sofferenza.

Fanny Targioni Tozzetti

Leopardi vive in un’epoca in cui l’idea stessa di omosessualità provoca un senso di svilimento e ghettizzazione, un vero e proprio stigma sociale, e quindi è necessario che questa sua inclinazione venga debitamente tenuta all’oscuro (“bene vixit qui bene latuit”, cioè ha vissuto bene chi ha saputo nascondersi). Anche Monaldo, il padre di Giacomo, probabilmente sapeva, ma taceva, cercando di proteggere il figlio dalle malignità della gente.

Questo è anche il motivo per cui in nessuna poesia leopardiana appare un evidente indizio di omosessualità. Sia perché, come dice Roland Barthes, i meccanismi dell’amore sono i medesimi tra omosessuali ed eterosessuali e distinguerli non è facile, sia perché diventa particolarmente forte nello stesso autore la necessità di autocensura pur di evitare di essere esposto alla derisione pubblica. La soluzione di Leopardi fu quella di trasferire la delusione amorosa per Ranieri nel Ciclo di Aspasia, dedicato fittiziamente alla bella Fanny Targioni Tozzetti.

Una scena da “Il giovane favoloso” di Mario Martone, con Elio Germano nei panni di Giacomo Leopardi, Michele Riondino nei panni di Antonio Ranieri e Anna Mouglalis in quelli di Fanny Targioni Tozzetti.

Fare coming out, in fondo, è una prassi piuttosto recente e, ancora oggi, per nulla semplice da attuare, anche da parte di personaggi noti che forse, invece, avrebbero il dovere di farlo.

Buffoni con le sue argomentazioni, sebbene supportate da prove, sa di esporsi a critiche e polemiche, e per prevenirle cerca di capovolgere i termini della discussione, facendosi forte della definizione di omosessualità fornita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (17 maggio 1990) come “variante naturale della sessualità umana”. E allora, piuttosto che sia lui a dover provare che Leopardi, Pascoli, Pavese, Rebora, ecc. fossero omosessuali, siano gli altri, quelli che criticano la sua posizione, a dimostrare che questi poeti erano eterosessuali!

Non per il gusto di scavare nel privato di una persona in modo indiscreto e malevolo e portare alla luce chissà quali segreti. Piuttosto, per comprendere come le esistenze di questi poeti siano state condizionate e soffocate dal contesto omofobico in cui vivevano, quasi senza che se ne rendessero conto, al solo scopo di far emergere la loro vera essenza poetica.

Franco Buffoni

Lo dice bene Buffoni: “Un grande poeta deve la sua grandezza anche alle esperienze e al vissuto, ergo anche alla sua affettività, al soddisfacimento o alla repressione dei desideri, alla lotta che è stato costretto a ingaggiare con la sua contemporaneità”. Anche se per certi autori, è giusto dirlo, conoscere la biografia può essere indifferente…

Il libro di Buffoni – sia chiaro – non si sofferma solo su Leopardi e la sua presunta omosessualità. Quello è un pretesto, un’esca intelligente per catturare il lettore, per coinvolgerlo e portarlo all’interno di un mondo culturale, letterario ma anche politico, in cui il fil rouge resta sempre l’omosessualità. Conclamata, palese, presunta, supposta che sia. E l’obiettivo primario per l’autore è cercare di combattere nell’opinione pubblica l’omofobia che, nonostante i tempi siano cambiati, sembra difficile da sradicare. Soprattutto nel nostro Paese.

Ma Buffoni ci prova. Lo fa con intelligenza e arguzia. Infatti, il libro si legge con piacere, grazie ai frequenti rimandi, accenni, indiscrezioni, retroscena, in un beccheggio continuo tra analisi letterarie e filosofiche sofisticate e pettegolezzi, a volte discutibili. Ma, il suo resta comunque un lavoro di grande respiro e di forte impegno morale, perché ci offre una prospettiva nuova, inedita, di come si è evoluto nel tempo il costume, ma anche la legislazione, su questo tema estremamente delicato.

Molti, anche tra i padri della Patria, quelli per così dire incerti sulla loro sessualità, come Cavour, Mazzini, Mameli, fino ad arrivare a Luigi Settembrini, patriota e rivoluzionario, letterato, traduttore di Luciano di Samosata. Nella sua opera “I Neoplatonici” – racconto di un travolgente amore omosessuale che l’autore aveva finto di tradurre da un’opera greca antica, tenuto nascosto e pubblicato solo nel 1977 – appalesa le sue idee di una pansessualità, per dir così paritaria, che non esclude la possibilità della riproduzione.

Giovanni Pascoli

E tra gli scrittori, Giovanni Pascoli, uno dei più grandi per Buffoni, saggista, latinista, ma soprattutto poeta intimista di notevole originalità, assai vicino alle correnti simboliste dell’epoca. Sessualmente, Pascoli era frustrato, incapace di stabilire qualsivoglia legame affettivo, al contrario di un Gabriele D’Annunzio, che relegò al privato certi piaceri sessuali declinati al maschile, mostrando all’esterno l’immagine vincente del tombeur de femmes.

E poi, ancora, Eugenio Montale, il poeta meno amato da Buffoni, perché opportunista e ipocrita, capace di sfruttare l’interesse iniziale per la poetica di Penna per meschine operazioni di plagio (che coinvolsero anche Rebora), salvo poi avversarlo. Si dimostrò sempre velenoso con gli omosessuali praticanti anche se occulti, che lui definiva, partendo dal nome di Penna, “pennerasti”. Tra questi, persino Carlo Emilio Gadda, che da parte sua fu preda, secondo Buffoni, di un’omofobia interiorizzata.

Insomma, sono molti gli esempi di poeti omosessuali, conclamati o meno, costretti a salvare le apparenze con amici, famigliari e la società letteraria. Citiamo, tra gli altri, Umberto Saba, che lo fece indirettamente in un delicato racconto, intitolato “Ernesto”, scritto in punto di morte e pubblicato postumo nel 1977, e Libero De Libero, in un certo senso schermato dal velo ermetico dei suoi versi poetici.

Buffoni deve molto anche a Pier Paolo Pasolini e lo riconosce; ma non condivide la sua pederastia che lo porterà alla rovina. Il poeta di Casarsa era convinto che in certi casi fosse necessario sollevare degli scandali per attirare l’attenzione dell’opinione pubblica ma, purtroppo, la gente non vuole essere scandalizzata. Per lui, come in seguito per Pier Vittorio Tondelli, l’omosessualità rimase il grande tema sul quale entrambi costruiranno la loro poetica.

Mario Mieli

Ultimo personaggio, che non possiamo non citare, è Mario Mieli, forse non così conosciuto come meriterebbe. Morto suicida giovanissimo, fu l’ideologo della bisessualità, della pansessualità, dell’eros polimorfo – distrutto da quella che lui chiamava “educastrazione” – e con il suo movimento auspicava una forma di liberazione, in grado di costruire l’homo novus – meno uomo e più umano. Fu anche saggista, drammaturgo, narratore e, infine, attratto da idee esoteriche. Proprio in questi giorni, è in uscita il film “Gli anni amari” sulla sua controversa figura di gay rivoluzionario, per la regia di Andrea Adriatico.

Silvia è un anagramma” è un libro importante, di cui non ci sarebbe stato bisogno se vivessimo in una società post-gay che ha completamente superato lo stigma sociale nei confronti degli omosessuali. Ma, ciò non è ancora possibile. E’ vero che omosessualità e transessualità stanno diventando sempre più visibili all’interno della nostra società ma, purtroppo, pregiudizi sessuali e stereotipi di genere restano diffusissimi e difficili da sradicare.

Paolo Mantegazza

L’omosessualità è passata attraverso quattro fasi storiche. La prima lunghissima che ha individuato questo comportamento sessuale come peccato e, quindi, come crimine che rendeva necessario un intervento punitivo e un processo di espiazione. Solo con Paolo Mantegazza, siamo quasi alla fine dell’Ottocento, si apre la seconda fase in cui prevale l’idea che questi pervertimenti non devono essere più puniti come crimini o peccati ma curati con comprensione e umanità.

Nel 1951, con il saggio di “The Homosexual in America” di Edward Sagarin (pubblicato con lo pseudonimo di Donald Webster Cory), si arriva alla terza fase, in cui la prospettiva si sposta ulteriormente dal livello moralistico e religioso a quello storico sociale, considerando gli omosessuali come persone che aspirano a usufruire di un diritto civile, come donne, neri, ecc. Grazie a Freud, poi, l’omosessualità diventa una variante naturale dell’umana sessualità.

Si attende l’avvento, secondo l’autore, di una quarta fase, quella delle cosiddette società post-gay, “dove l’adolescente non percepisce più alcuno stigma sociale se si innamora del compagno di banco invece che della compagna. In questa situazione ideale viene persino a mancare la spinta a dichiararsi orgogliosamente gay, perché tale condizione in una società post-gay è considerata assolutamente normale”.

Solo in una società post-gay un giovane artista omosessuale può sentirsi indotto a non porre più quel dato al centro della sua ricerca. Perché l’ambiente in cui è cresciuto e si è formato considera ormai davvero l’omosessualità come una variante naturale dell’umana sessualità, e gli sbocchi istituzionali e giuridici che per essa prevede sono ormai saldamente entrati nel costume di quella società”.

Il libro di Buffoni potrà essere utile in questo senso. Bisogna però affrontarlo con mente aperta, senza pregiudizi, pensando che ognuno di noi ha la responsabilità di superare atteggiamenti omofobi, ovunque si rilevino, in modo che non vi sia più alcuna discriminazione basata sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere.

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